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La demenza servile della stampa che applaude Mario Draghi prima ancora che apra bocca

Nei Paesi dove la stampa funziona tra giornalisti e politici vige un rapporto di cortese e professionale tensione tra controllato e controllore: qui siamo al tifo sfegatato.

Il presidente del Consiglio Draghi

Mario Draghi fa il Mario Draghi, quello sa fare, quello ha sempre fatto, tenere i conti in ordine, sopire le critiche, mettere in riga i soci di minoranza, gestire con sicumera la comunicazione e indorare gli spigoli della trattativa. È un ottimo amministratore delegato, lo dice il suo curriculum, e figurarsi se non sa gestire una conferenza stampa di fine anno.

Il ruolo di presidente del Consiglio richiede abilità e interpretazione del ruolo diversi ma qui, evidentemente, sono in molti a esserselo dimenticati oppure la situazione è perfino peggiore di quello che potrebbe sembrare: che un pezzo di Paese aspiri alla guida di un uomo forte e viva la politica come intralcio è un segreto di pulcinella che ci trasciniamo da decenni e c’è da credere che non avrebbero mai potuto immaginare di trovarne uno che fosse così lungamente e largamente benamato.

La demenza servile nei confronti di Draghi ormai non è già patologica, un fisiologico asservimento che risuona normale perché Draghi, a differenza dei potenziali uomini forti che si sono prospettati in questi decenni, ha la qualità dolce di sembrare inoffensivo. Vale la pena ripeterlo: il problema non è Draghi ma il draghismo che da posa rischia di cristallizzarsi in una languida morbidezza lontana dal proprio ruolo.

La stampa, ad esempio. Dovrebbe essere scritto nel patto con i cittadini che la stampa eserciti il proprio ruolo di contro-potere, incalzando il potente di turno per verificarne le azioni e le parole.

Gran parte della stampa italiana è diventata, nemmeno troppo sommessamente, un’appendice del governo (nemmeno del governo, solo al servizio di Draghi e di quello che rappresenta) senza nemmeno provare un’ombra di vergogna.

Che il presidente del Consiglio entri in sala stampa e venga accolto da un applauso barzotto è qualcosa che rende perfettamente l’idea.

Nei Paesi dove la stampa funziona (e fa la stampa) tra giornalisti e politici vige un rapporto di cortese e professionale tensione com’è normale tra controllato e controllore, qui siamo al tifo sfegatato.

L’appoggio esterno del partito dei giornalisti sfocia addirittura nel grottesco. Durante la conferenza stampa si leva una domanda spinosissima per Draghi: «Lei si sente bello o avverte di più la pressione di essere bello?». Una volta almeno si dissimulava il proprio tifo, ci si sforzava di contenerlo e invece oggi l’elogio (anche cretino) al presidente è un’appartenenza da sfoggiare con fierezza, senza nemmeno un minimo di ritegno.

Ha risposto Draghi? Beh, leggendo le cronache di queste ore deve essere stato un trionfo. Il TG1 ha confezionato un servizio lunghissimo in cui mancava la musichetta dell’Istituto Luce. Draghi, che sa bene come si stuzzica la stampa, ha anche regalato il titolo già pronto per le aperture dei giornali di domani: «Sono un nonno al servizio delle istituzioni», si è definito, sapendo benissimo che con una luna di miele così potente intorno a lui basta un bisbiglio per farne un editoriale e infatti come previsto i commentatori sono tutti barzotti a intravedere dietro al “nonno” il Quirinale, Cartabia a Palazzo Chigi e addirittura la prossima maggioranza parlamentare. Eppure non si è mai visto un “nonno” che continua a professare rispetto per “l’autonomia del Parlamento sovrano” che decide modi, tempi, composizione delle maggioranze come nemmeno un Presidente della Repubblica. Ma da noi va bene così.

Così Draghi ha mano libera per svicolare dalle domande di cui non ha risposta (gli si chiede dello ius soli e risponde dicendosi “orgoglioso” per il decreto flussi), ci dice che forse si tornerà allo smartworking, ci dice che forse modificherà la validità dei tamponi, ci dice che forse cambierà il tipo di tamponi usati, ci dice che forse si useranno le mascherine Ffp2 al chiuso e sui mezzi pubblici, dice no alla Dad ma invita aspettare e si sbilancia solo sulle mascherine all’aperto contro Omicron. Che le mascherine all’aperto siano una delle misure più inutili da adottare nessuno glielo fa notare, erano tutti troppo impegnati a riallacciarsi dopo l’orgasmo. In compenso Draghi ci fa sapere di essere «incline a prevedere il peggio e ad agire d’anticipo» e nessuno gli fa notare che si sta perdendo senza motivo un’intera settimana per la cabina di regia fissata al 23 dicembre.

Ma Draghi, si sa, deve tenere la parte dei competenti e dei migliori: «Le scelte del governo sono basare su dati scientifici», dice. Strano, davvero, perché la scienza non ha mai detto che la validità del Green Pass avrebbe potuto essere di 9 mesi. Forse ci siamo persi qualcosa. A proposito di dati “scientifici”: «3/4 dei decessi sono non-vaccinati», dice Draghi. Falso: negli ultimi 30 giorni in realtà sono il 44%. Tra l’altro sarebbe il caso di smetterla con questa cretina proporzione capendo dopo anni di pandemia che ciò che conta è l’incidenza.

Però c’è il siparietto con il giornalista e la sua domanda in inglese, c’è la risatina quando si parla del suo futuro (come in un reality che si gioca sulla Costituzione) e soprattutto c’è quell’aria di Presidente della Repubblica che accetta se c’è un presidente del Consiglio delegato che assicura di non disturbare l’eventuale Draghi al Quirinale. In sostanza è il semipresidenzialismo che qualche tempo fa allarmava (giustamente) tutti. Ma in quel caso l’aveva detto il leghista Giorgetti e la cosa faceva spavento. Draghi, al solito, lo propone con un’eleganza che davvero no, non si riesce a dirgli di no.

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