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La fotografia Man Ray

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“Dipingo ciò che non può essere fotografato e fotografo ciò che non desidero dipingere.

Se mi interessano un ritratto, un volto o un nudo, userò la macchina fotografica. E’ un procedimento più rapido che non fare un disegno o un dipinto. Ma se è qualcosa che non posso fotografare, come un sogno o un impulso inconscio, devo far ricorso al disegno o alla pittura. Per esprimere ciò che sento mi servo del mezzo più adatto per esprimere quell’idea, mezzo che è sempre anche quello più economico.

Non mi interessa affatto essere coerente come pittore, come creatore di oggetti o come fotografo. Posso servirmi di varie tecniche diverse, come gli antichi maestri che erano ingegneri, musicisti e poeti nello stesso tempo. Non ho mai condiviso il disprezzo ostentato dai pittori per la fotografia: fra pittura e fotografia non esiste alcuna competizione, si tratta semplicemente di due mezzi diversi, che si muovono in due diverse direzione. Fra le due non c’è conflitto.”

Man Ray, pseudonimo di Man Emmanuel Rudnitzky, è un grande protagonista dell’arte di avanguardia del primo Novecento.

Nato a Filadelfia il 27 agosto del 1890 da genitori emigrati dalla Russia durante gli anni Ottanta, si trasferisce a Brooklyn (New York). Qui compie gli studi secondari che lo indirizzano verso il design industriale. Nel 1912 la famiglia Radnitzky cambia il proprio cognome in Ray ed Emmanuel decide di adottare una versione abbreviata del proprio nome, Man ( Man Ray : “uomo raggio”).
Pur essendo un pittore, un fabbricante di oggetti e un autore di film d’avanguardia (Retour à la raison (1923), Anémic cinéma con Marcel Duchamp (1925), Emak-bakia (1926), L’étoile de mer (1928), Le mystères du chateau de dé (1929) precursori del cinema surrealista) è conosciuto soprattutto come fotografo surrealista, avendo realizzato le sue prime fotografie importanti nel 1918.

Man Ray diventò fotografo per necessità, dopo la sua prima personale di dipinti (Novembre 1915), si trovò a dover affrontare il problema di come procurarsi le fotografie delle proprie opere necessarie per la stampa, per i collezionisti e per i galleristi. Difficoltà finanziarie oltre al fastidio di dover trasportare i dipinti da Ridgefield a New York, si aggiunsero alla sua insoddisfazione nei confronti del lavoro dei fotografi professionali, inducendolo ad assumersi personalmente il compito. Fu perciò la pura necessità a metterlo sulla via che gli avrebbe dischiuso in seguito tante possibilità e prospettive.

Dal fotografare proprie opere al tentativo di cimentarsi nel ritratto fotografico il passo era breve.

Probabilmente le prime fotografie dada furono quelle del readymade Man (1918), un frullino per sbattere le uova, e dell’assemblage Woman (1918) costituito da due specchi parabolici e sei mollette da bucato che pinzano una lastra di vetro.

Benché non tutte le fotografie di Man Ray fossero fotografie di suoi oggetti, praticamente tutti i suoi oggetti furono soggetti di fotografie; per esempio Portemanteau (1920), un manichino per l’esposizione di abiti in una vetrina, combinato con un nudo femminile, che fu pubblicato per la prima volta col titolo Dadaphoto nel numero unico di “New York Dada”. Fin verso la fine degli anni quaranta, la massima parte degli oggetti di Man Ray furono composti principalmente per ottenere soggetti insoliti di fotografie non convenzionali. Una volta che erano stati utilizzati a questo scopo spesso venivano messi da parte, distrutti, dimenticati o perduti.

Nel corso delle sue ricerche nel campo del ritratto fotografico non convenzionale, Man Ray si imbatté in “quella che è stata chiamata solarizzazione, un processo di sviluppo in virtù del quale i contorni del viso sono accentuati da una linea nera come nel disegno”. La solarizzazione gli forniva un’altra opportunità di usare la luce come un pittore usa i suoi pigmenti, dopo aver disegnato col cliché-verre e dopo aver dipinto con la royografia, Man Ray poté combinare in una fotografia la linea nera asciutta del cliché-verre e le sontuose tonalità della royografia.

La fotografia di Man Ray gioca sulle ambiguità di un genere ancora sconosciuto. Attraverso uno stile forte ed irriverente il fotografo americano esalta l’intelligenza del mezzo, utilizzando tecniche sperimentali come la solarizzazione, il collage e le rayografie. La macchina fotografica per Man Ray rappresenta solo un pennello ausiliario. Non è più importante la riproduzione esatta della realtà, quanto l’esplorazione delle possibilità creative dell’io, dai registri più onirici e surreali alla pantomima, al puro divertissement.

Man Ray ha usato la fotografia scomponendola al fine di guidarla su terreni ancora sconosciuti. I suoi lavori, permeati da uno sguardo ipnotico, sono capaci di reinventare una realtà assurda e di trasfigurare ogni cosa, aprendo le porte su di un mondo misterioso. Scopre, per caso, le rayografie nel 1921: “Un foglio di carta sensibile intatto, finito inavvertitamente tra quelli già esposti, era stato sottoposto al bagno di sviluppo. Mentre aspettavo invano che comparisse un’immagine, con un gesto meccanico poggiai un piccolo imbuto di vetro, il bicchiere graduato e il termometro nella bacinella sopra la carta bagnata. Accesi la luce; sotto i miei occhi cominciò a formarsi un’immagine: non una semplice silhouette degli oggetti, ma un’immagine deformata e rifratta dal vetro, a seconda che gli oggetti fossero più o meno a contatto con la carta, mentre la parte direttamente esposta alla luce spiccava come in rilievo sul fondo nero“.
Attraverso i suoi rayogrammi, termine costruito sul suo cognome, ma che allo stesso tempo evoca il disegno luminoso, Man Ray esalta il carattere paradossale e inquietante del quotidiano: oggetti che siamo abituati a vedere ogni giorno si trasformano per regalarci un’altra possibile visione destabilizzante per le attese mimetiche ed iconiche.

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