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La lettera dell'attivista iraniana dal carcere: "Torturata e presa a calci"

Sepideh Qolian

Sepideh Qolian, attivista iraniana, ha scritto una lettera dal carcere dove sta scontando 5 anni per aver preso parte ad uno sciopero.

Sepideh Wolian è un’attivista iraniana che sta scontando una pena di 5 anni per aver preso parte ad uno sciopero nella provincia del Khuzestan. La donna ha scritto una lettera.

La lettera dell’attivista iraniana dal carcere: “Torturata e presa a calci”

Sepideh Qolian è una delle attiviste iraniane per i diritti umani più famosa. Si trova rinchiusa nel carcere di Evin, a Teheran, dove sta scontando una pena di cinque anni per aver agito “contro la sicurezza nazionale“, sostenendo uno sciopero nella provincia iraniana del Khuzestan.

Dalla prigione, dove ogni giorno arrivano decine di manifestanti fermati per le proteste scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini, ha scritto una lettera che è stata pubblicata dalla BBC, in cui ha denunciato le modalità usate dalle guardie del regime per estorcere confessioni. “Nel quarto anno della mia prigionia posso finalmente sentire i passi della liberazione da tutto l’Iran. Gli echi di ‘Donna, vita, libertà’ possono essere ascoltati anche attraverso le spesse mura della prigione di Evin” ha scritto Sepideh.

Nella lettera descrive come l’ala “culturale” di Evin, dove sostiene gli esami, sia stata trasformata in un’area per “torture e interrogatori“. Ha fatto riferimento ad un episodio del 28 dicembre. “Faceva freddo e nevicava. Vicino alla porta di uscita dell’edificio c’era un ragazzino bendato, che indossava una sottile maglietta grigia, seduto davanti ad un inquirente. Tremava e supplicava, ripeteva che non aveva picchiato nessuno, ma l’altro voleva che confessasse” ha scritto.

Lettera dell’attivista iraniana: il racconto delle torture

Nella lettera, l’attivista ha ricordato il suo interrogatorio e la sua confessione forzata nel 2018, dopo essere stata arrestata per aver sostenuto lo sciopero e la protesta dei lavoratori in una fabbrica di zucchero nella provincia iraniana del Khuzestan.

Mi ha interrogato una donna, credevo che sarebbe stato meglio, almeno non mi avrebbe aggredito sessualmente. Invece, ha preso a calci la gamba e ha gridato ‘tu puttana comunista, con chi sei andata a letto? Scrivilo su questo foglietto” ha scritto. Dopo ore ha implorato di andare in bagno, allora la donna l’ha spinta dentro e chiusa a chiave. “I suoni della tortura sono continuati per ore o forse un giorno, ho perso la cognizione del tempo” ha raccontato, spiegando che alla fine è stata costretta a confessare un crimine che non aveva commesso.