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La nuova industria: lo Sport come business
Economia

La nuova industria: lo Sport come business

La nostra vita sportiva è scandita da Campionati del mondo, campionati continentali, dalle olimpiadi e via di seguito. Le olimpiadi di Pechino sono passate e siamo tutti quanti intrepida attesa per quelle di Londra che si svolgeranno nel 2012 e lo scenario che si impone alla nostra attenzione è che lo sport si può considerare a tutti gli effetti un’ingranaggio importante dell’economia.
Uno studio recente, commissionato dalla Confartigianato, ha rilevato che « dal 2003 al primo trimestre 2008, c’è stata una forte spinta nell’imprenditoria italiana, che ha visto la nascita di numerose nuove aziende incentrate sul fitness e sul benessere». Infatti i tassi di crescita sono molto alti e rivelano che «l’incremento dei centri sportivi ed aziende affini è stato pari al + 69,3%».
Il dato impressionante che va al di là del fatto puramente imprenditoriale, è quello che ci permette di interpretare le abitudini degli Italiani. È evidente che il desiderio di benessere e forma fisica, stiano prendendo sempre più piede nel nostro Paese.

Non si può fare a meno di guardare ai benefici, non solo estetici, che l’attività sportiva è in grado di determinare. Si sta effettuando un percorso che, lentamente, sta portando sempre più ad una presa di coscienza su corretti stili di vita ed alimentari che aiuteranno ad innalzare la qualità media della vita, oltre che la sua durata.
Lo sport come fenomeno di massaInfatti non si può dire che gli italiani non facciano attività motoria, al contrario siamo di fronte ad un avvenimento sociale che sta coinvolgendo appieno il nostro paese, infatti risulta essere uno dei paesi con il più alto numeri di praticanti in Europa. L’evoluzione dei modi di attuare ed offrire sport, promuoverlo, organizzarlo, gestirlo è molto cambiato in questi ultimi anni. Oggi come oggi si cercano delineare i contorni di quel «sistema produttivo-sportivo» italiano. Inoltre, come sottolinea l’osservatorio del CONI, bisogna «considerare in tutti i suoi aspetti l’evoluzione qualitativa, ancor prima che quantitativa, della domanda di servizi sportivi espressa da fasce sempre più ampie della popolazione, o di sponsorizzazioni sportive da parte delle aziende».
In questa costante crescita non si può fare altro che evidenziare quello spartiacque che rileva tra quelli che sono gli «sportivi attivi (coloro che praticano sport) e quelli passivi (quelli che lo seguono sui giornali e le televisioni)»; l’evoluzione lenta, ma costante, di modelli organizzativi e gestionali offerte dalle società sportive di base. In questa prospettiva non si può fare a meno di analizzare quel processo di adeguamento alle mutate condizioni della domanda di sport nel nostro paese, in particolare ai nuovi modi di fare attività motoria indotti dalle trasformazioni sociali e demografiche.
Sport Moderno e Post Moderno.Nell’analisi del professore Antonio Mussino, docente della Scuola dello sport, si individuano due momenti evolutivi nella pratica sportiva: «Sport Moderno e Post Moderno». Il primo lo definisce come «basato sull’organizzazione, selezione, competizione, tesseramento, misurazione, punteggi e altro», il secondo ha un carattere più ampio e più strettamente legato ai nostri tempi, infatti lo definisce «sport business, i cui modelli sono quelli del mercato e al quale hanno dovuto piegarsi le immutabili regole sportive». Queste non sono altro che l’espressione di «migliaia di attività, individuali e collettive, ognuna delle quali ha come riferimento diversi modelli, che si combinano alla ricerca di una nuova relazione con il proprio corpo e con l’ambiente e lo si può definire a pieno titolo sport per tutti».
Nell’analisi effettuata da K Heinemann e N. Puig sulla trasformazione dei modelli di sviluppo dello sport nella società si individuano quattro schemi ideali a cui si può fare riferimento.
Il primo schema è strettamente legato alla competizione e lo si può definire a pieno titolo «la versione moderna degli sport tradizionali, che consistono in regole, organizzazione e obiettivi da raggiungere».
Il secondo schema lo si può definire espressivo ed «è sicuramente in contrasto con il primo; è il modello della libertà, diversificazione, innovazione: lo sport che si apre al quotidiano».
Il terzo schema risulta essere più complesso per il fatto che è strumentale e « ha come riferimento costante il corpo, sia che lo pratichi all’interno o all’esterno delle palestre: la forma fisica…rimane l’unico mezzo per trovare la propria identità».
Il quarto ed ultimo schema di sviluppo dello sport nell’era moderna viene visto e individuato come quello spettacolare che «ha antichissimi origini, ma oggi è indissolubilmente legato al mercato e alle dimensione del guadagno».
Di fronte alla crescita e allo sviluppo delle attività motorie sopradescritte, la figura dell’istruttore, dell’allenatore diventa sempre più importante per guidare l’atleta professionista e non, in tecniche di allenamento che vadano a realizzare gli obiettivi che possono andare dalla gara vera e propria fino ad arrivare alla realizzazione del benessere psico-fisico.
L’istruttore, il professionista mancato.«Non esiste il programma perfetto, non esiste l’esercizio perfetto, esistono solo il cliente ed il professionista che lo segue» come rileva un sito web che tende ad analizzare la figura dell’istruttore nella sua giurisdizione lavorativa.
Infatti il mondo del fitness in Italia è in continua evoluzione, negli ultimi anni si è sviluppato, forse un po’ troppo velocemente, creando quella inevitabile confusione che caratterizza tutte quelle attività che non hanno ancora una precisa identità professionale, «tipica di tutto ciò che cresce in fretta senza riferimenti normativi che tutelino sia l’utente che il professionista» sotto il profilo della salute e dell’incolumità.
Il passato è stato caratterizzato da insegnanti che non avevano nessuna qualifica e s’improvvisavano istruttori. Infatti, come dice il professore Daino, «fino a qualche anno fa il ruolo di istruttore veniva affidato ad una persona che aveva praticato un dato sport ad un livello accettabile e si dichiarava disponibile ad insegnare i movimenti fondamentali che caratterizzano questa o quella disciplina».
Oggi come oggi il tecnico, l’istruttore, dovrebbe studiare il processo d’insegnamento, i comportamenti degli elementi che lo compongono, in maniera scientifica e sistematica, al fine di individuare i fattori che lo facilitano e rimuovere quelli che lo ostacolano. «Al trainer non viene chiesto semplicemente di trasmettere le sue abilità e conoscenze professionali, ma anche di educare, organizzare, collaborare e, soprattutto, motivare scegliendo momento per momento ciò che è ottimale per il cliente od il gruppo… ».
Come tutti dovrebbero sapere, insegnare significa «stare in rapporto continuo e sistematico con le persone», pertanto confrontarsi con un insieme di situazioni che cambiano di continuo. È per questo motivo che la formazione di un insegnante dovrebbe tendere a garantire la pratica sportiva a tutti, come sancisce la risoluzione 76941 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, in modo tale da tutelare la professionalità dei tecnici sportivi.
La creazione di un albo professionale permetterebbe la realizzazione di due risultati importanti: il primo è quello di garantire la «preparazione tecnica degli operatori…tutelando la professionalità», come recita la proposta di legge n°3064; il secondo risultato è quello che andrebbe a garantire il tecnico da un punto di vista economico e contrattuale. L’obiettivo dovrebbe essere quello di curare la competenza e la professionalità in modo tale da salvaguardare il mondo degli utenti sportivi.
Allo stato attuale non sembra esserci un progetto politico per far crescere la formazione dei tecnici e volgere un sostegno concreto alle società, in modo tale da offrire al mondo sportivo e all’intera società italiana delle soluzioni idonee a potenziare le competenze. Il progetto dovrebbe andare a consolidare e garantire al massimo gli utenti, andando a sopperire a quelle carenze strutturali presenti nel mondo dello sport.
L’architettura come espressione del business.
Le strutture sportive sono importantissime per creare quel giusto rapporto tra l’ambiente e colui che pratica sport, gli impianti sportivi possono essere considerati a tutti gli effetti come indicatori di civiltà. L’architetto Peter Eisenman mette in luce l’importanza dell’attività motoria dal punto di vista simbolico e architettonico come espressione dei tempi: «credo che lo stadio sia oggi un simbolo della civitas. In passato lo sono stati il municipio, la sala dei congressi, la biblioteca, il museo; adesso il simbolo della città è lo stadio. Esprime una grande carica di energia».
La crescita urbana si sposa con l’esigenza del cittadino, quindi la ricerca o per meglio dire la riscoperta di nuovi e diversi centri di aggregazione, capaci di offrire contemporaneamente una molteplicità di eventi e servizi. Gli impianti sportivi sono l’espressione, gli interpreti principali di questa trasformazione. Pechino 2008 è un esempio sotto gli occhi di tutti.
L’impiantistica sportiva è diventata il fulcro vitale per associare le persone, sia per chi pratica sport e sia per chi ne è spettatore; infatti le strutture che si stanno realizzando diventano dei veri e propri centri dove sono presenti negozi, ristoranti, sale per convegni, spazi espositivi e quant’altro. Non si può non notare che ormai la ricerca degli spazi ha assunto un ruolo fondamentale per realizzare «una grande qualità architettonica, con tecnologie avanzatissime» che tendono a tradurre in realtà quei poli d’attrazione all’interno dei centri urbani, dove diventa piacevole ricaricarsi, a prescindere se si pratichi sport o si attenda l’evento sportivo del momento.
Nelle varie tappe del «MADE expo» che si stanno svolgendo, scandite da un calendario che toccherà tutte le principali città italiane e vedrà la partecipazione di oltre 126 paesi e con una stima di altissima di partecipanti provenienti da tutto il mondo. Non si può considerare un caso che il tema principale che verrà affrontato sarà quello dello sport, un occhio attento alle strutture e al suo impatto ambientale, con l’inevitabile sfida della sostenibilità del progetto nel suo insieme.
Negli stand della Fiera di Milano che si svolgerà il prossimo 15 febbraio, l’attenzione viene messa a fuoco sulla vivibilità delle aree urbane, sulla salvaguardia ambientale e sul delicato equilibrio tra tutela del patrimonio storico e necessità di mobilità in un’ottica di riprogettazione del territorio e delle sue infrastrutture.
L’attenzione della biennale è dedicata interamente all’impiantistica sportiva e ricreativa, alle piscine e al fitness; non è un caso che tutti gli imprenditori del settore si siano dati appuntamento a Milano per confrontarsi sul futuro delle moderne strutture ricreative, per creare business, stabilire connessioni e sinergie fra settori diversi e riuscire a scoprire nuovi mercati.
La scoperta del business In questa ottica gli impianti sportivi hanno cominciato ad attrarre nuovi soggetti promotori, fino a non molto tempo fa lontani nell’operare nel settore e si sono affiancati ai tradizionali operatori.
L’ingresso prepotente del business nel mondo dello sport può portare con sé due fattori, uno positivo e uno negativo; il primo, ovvero quello positivo, fa si che lo sport cresca e porti gli utenti e quindi i cittadini a migliorare la loro qualità di vita e a diventare inconsapevolmente protagonisti dello sport. Il secondo fattore, ovvero quello negativo, è dato dal fatto che s’inseriscono soggetti che non hanno nessuno interesse che lo sport cresca in qualità, ma lo considerano solo come un azienda che ha un potenziale economico molto vantaggioso, per il semplice fatto che il mondo delle palestre e delle piscine ha una legislazione inesistente e l’operatore sportivo non ha nessuna tutela contrattuale.
In questo momento è importantissimo andare a ricercare nella società contemporanea quella dimensione che metta in risalto la responsabilità dello Stato nei confronti dei cittadini e di coloro che operano nel settore, per ridare o per meglio dire prescrivere una legislazione adeguata in modo tale da creare una consapevolezza alle parti in causa; l’operatore sportivo, l’utente e infine colui che va a gestire l’impianto vero e proprio.

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