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La rivoluzione araba arriva in Giordania: dopo le proteste, il re nomina il nuovo premier

Re Abdallah II di Giordania ha nominato stamani un nuovo primo ministro: Marouf Bakhit, che sostituirà Samir Rifai. Il comunicato reso noto dal palazzo reale fa sapere che “Bakhit formerà un nuovo governo che guiderà gli sforzi per compiere vere riforme politiche”. Marouf Bakhit ha già ricoperto la carica di Primo Ministro e quella di Ambasciatore in Turchia e Israele.

L’opposizione resta sorpresa: da tempo chiede riforme incisive, e nelle ultime settimane aveva organizzato manifestazioni popolari per chiedere le dimissioni di Rifai. Le proteste non riguardavano un cambiamento di regime, come aveva spiegato il segretario generale del Fronte d’Azione Islamica: “Noi riconosciamo la legittimità degli hascemiti, la famiglia regnante ad Amman. Non ci sono parallelismi tra Giordania e Egitto in quanto il popolo egiziano domanda un cambiamento di regime.

Noi domandiamo riforme politiche e di governo”. Uno dei membri del Fai, comunque, aveva affermato che l’atteggiamento sarebbe cambiato se le autorità di governo non avessero agito rapidamente.

Il 21 gennaio scesero in piazza 5mila persone, nella capitale Amman e in altre città. Il primo segnale dato dal governo come comprensione nei confronti del popolo è stato l’annuncio di un piano di 211 milioni di euro per aumentare gli stipendi. Una misura importante, ma insufficiente per il lungo periodo, secondo il sindacalista Maisarah Malas: “queste misure sono studiate per narcotizzare la gente, niente di più. Abbiamo bisogno di riforme complete”.

Venerdì si erano raggruppate 3mila persone, con lo slogan “vogliamo un cambiamento”, chiedendo le dimissioni del premier. Sabato scorso altre 200 persone si sono riunite fuori dall’ufficio del Primo Ministro, urlando “il nostro governo è un branco di ladri”, “No alla povertà o alla fame”. Tra i manifestanti ci sono islamisti, sindacalisti e persone di sinistra. Anche se la situazione in Giordania è diversa da quella in Egitto o in Tunisia, le proteste di questi paesi sono state utili per mostrare la strada a tutto il mondo arabo, verso la libertà politica e la dignità.

Ci chiediamo quale sia il prossimo paese a insorgere: forse il Libano?

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