Le Iene, viaggio tra le spose e i bambini dell’Isis nelle carceri libiche
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Le Iene, viaggio tra le spose e i bambini dell’Isis nelle carceri libiche

Luigi Pelazza, l'inviato de Le Iene che ha realizzato il servizio.

Servizio di Luigi Pelazza, inviato de Le Iene, sulle vedove dei terroristi dell’Isis e suoi loro figli in carcere a Misurata, in Libia. L’agghiacciante storia di un baby-jihadista.

Il racconto delle vedove dei jihadisti

Terroriste islamiche

Tra i servizi trasmessi nel corso della seconda puntata de Le Iene, condotto il martedì da Ilary Blasi e Teo Mammuccari, c’è stato quello realizzato dall’inviato Luigi Pelazza, il quale qualche settimana fa si è recato in Libia, a Misurata, capitale del Golfo di Sirte, che fino all’agosto dell’anno scorso era la roccaforte del cosiddetto Stato Islamico nel Paese nordafricano.

Ilary e Teo

Ora la zona è stata liberata dopo duri combattimenti tra l’esercito e i terroristi: questi ultimi che sono ancora vivi, sono stati arrestati. Tra loro le donne che, più o meno costrette, hanno sposato jihadisti morti nella stessa Libia o magari in Siria, insieme ai loro figli, decine di bambini, alcuni dei quali nati in carcere. Nemmeno le autorità libiche sono in grado di dire se queste donne siano vittime o membri dell’Isis, ma sperano che possano essere delle valide informatrici sull’attività dell’organizzazione, perciò le interrogano continuamente per sapere quanti fossero i suoi militanti sul territorio o se ci sia il rischio che quelli che sono riusciti a fuggire, si riorganizzino. Alcune intervistate, tra le tante che indossano il velo integrale, hanno detto di essere in prigione senza saperne il motivo, senza aver fatto nulla, senza essere sorprese con le armi in pugno. Sono donne che provengono da Paesi musulmani diversi, come Tunisia, Senegal, Egitto e Nigeria.

C’è una giovane con in braccio il figlio più piccolo, la quale porta un velo che lascia scoperto il volto e ha affermato che, quando le è stato detto che suo marito era morto, lei avrebbe voluto andarsene, ma è stata fermata dalla polizia. Ha raccontato che il jihadista che aveva sposato, le diceva che lo Stato Islamico era “la strada della ragione” e lei di rimando gli chiedeva perché, se quella era la strada della ragione, ci fossero le guerre: non sembrava convinta di quello che lui le diceva. Ha riferito di essere musulmana, ma di essere nata cristiana e di non conoscere nulla dell’islam. E alla domanda di Pelazza sul perché si sia convertita a questa religione, ha risposto di essere orfana di entrambi i genitori, di aver conosciuto quello che sarebbe diventato suo marito e che lui l’ha fatta convertire: lei ha accettato perché “così vuole la nostra cultura”. Un’altra ha detto di essere arrivata a Sirte un mese prima dell’inizio della guerra insieme ai suoi figli e di essere stata con loro “incastrata” nella situazione. Queste donne e i loro bambini sono in carcere da mesi, non solo perché potrebbero essere colpevoli o fonti preziose di informazioni, ma anche perché i Paesi d’origine non rivogliono quelle che ormai sono bollate come “donne dell’Isis”: se tornano, verranno messe in prigione, perciò stanno chiedendo ospitalità a qualche altro Paese della zona. Inoltre la stessa Libia, in cui certo non è tornata la calma anche se il rischio di Daesh – acronimo arabo dell’Isis – sembra sventato, non ha le risorse per occuparsi di tutte queste donne e questi bambini. Una di loro ha detto in inglese che una sua compagna di prigione sta male e non può muoversi, ma gli agenti non sarebbero interessati a portarla in ospedale; un’altra ha lamentato la mancanza di cibo, soprattutto per i figli. Un’altra ancora ha affermato che tutte sono lì per essere giudicate, ma i loro bambini non hanno colpe; un’altra ancora, tra le lacrime, ha spiegato che suo figlio 14enne non ha le gambe e non può stare in carcere; ci sono bimbi malati ma non medicine e mancano i pannolini per i più piccoli. Una donna ha mostrato la foto del figlioletto, sui 4 anni d’età, e ha raccontato che non sa se sia vivo o morto: lei, ferita gravemente, è riuscita ad uscire da Sirte sotto i bombardamenti; le hanno detto che il piccolo l’avrebbe raggiunta in un secondo momento, ma non l’ha più rivisto. C’è anche una 32enne tunisina in carcere con i tre figli, fortemente sospettata di aver combattuto con l’Isis. E’ stata catturata a Sirte, ma prima era in Siria: ha detto di aver seguito il marito, terrorista, non perché volesse imbracciare le armi, ma perché altrimenti non avrebbe avuto un posto dove stare. Lei, però, prima ha fatto capire di essere stata al corrente che l’uomo fosse un jihadista, poi lo ha negato, giurando. Ha detto solo che il marito le aveva assicurato che in Siria sarebbero stati meglio che in Tunisia e praticamente, come le altre, ha affermato di aver solo seguito il marito, ma che non c’entra nulla con lo Stato Islamico. Però ha ammesso chiaramente che il marito le aveva detto che i membri dell’Isis “combattono contro persone che non amano Allah”, mentre lei era confusa sull’argomento: invece in prigione, ha affermato, di aver “capito molte cose”. Ha negato comunque che qualcuno le abbia chiesto di diventare una jihadista lei stessa e, quando il direttore del carcere le ha chiesto, in presenza dell’inviato de Le Iene, se avesse mai visto donne in possesso di armi o cinture esplosive, ha ammessi di aver visto le cinture. Perciò non è vero che non ha sentito niente, ha osservato il direttore del carcere, ma lei ha affermato di non aver intenzione di farsi saltare in aria, avendo tre bambini piccoli. In ogni caso contro la giovane non ci sono prove. Invece, purtroppo, si sa per certo che c’è stata qualche donna che si è fatta esplodere con il suo figlioletto: in Iraq, in un attentato in cui sono morti anche due militari. Nel servizio si è vista la donna per strada con in braccio il bambino, pochi istanti prima di compiere il gesto.

La testimonianza del baby-jihadista

Servizio de Le Iene

Oltre alle donne con i bambini “innocenti”, in carcere ce n’è anche almeno uno, Abdallah, undicenne egiziano, addestrato ad uccidere dal padre jihadista: e lui ha ucciso un uomo, sparandogli con un kalashnikov per ordine del capo della milizia del Califfato, come hanno fatto altri baby-terroristi, delle centinaia che sono stati addestrati. E’ agghiacciante la noncuranza con cui racconta ciò che ha fatto e quando l’inviato de Le Iene gli ha chiesto che cos’ha provato dopo aver ucciso quell’uomo, ha risposto: “Niente. Tanto era un infedele”. Ha detto però che sua madre, morta per aver indossato una cintura esplosiva, non sapeva nulla di tutto ciò. Si trova da solo nel carcere libico: tutta la sua famiglia è morta a Sirte, spiega il direttore; quando è arrivato, Abdallah era ferito ed è stato ricoverato in ospedale per circa un mese. Ha riferito che il padre non gli raccontava nulla dell’Isis, ma ha detto che quello dove si trovavano, era lo Stato Islamico e che loro avrebbero seguito “la strada di Allah”. Ha affermato di aver visto il genitore combattere e che è stato lui ad insegnargli a fare lo stesso, dicendogli che era giusto ammazzare coloro che non credevano nell’islam. Naturalmente, come già detto, ci sono bambini utilizzati come bombe umane, poiché ovviamente ai controlli nessuno si insospettisce, vedendo un bambino.

Ad Abdallah avevano detto che l’uomo che doveva uccidere, che era imprigionato nel campo di addestramento, aveva ucciso suo padre, e gli è stato chiesto di vendicare quest’ultimo. Il prigioniero è stato picchiato, era in gabbia; il capo della milizia del Califfato gli ha ordinato di confessare di essere un infedele e lui ha chiesto perdono. Poi il pestaggio è continuato e il capo della milizia ha dato ad Abdallah un’ arma “grande così e nera”: il terrorista l’ha tenuta e ha detto al ragazzino di premere il grilletto contro l’uomo, che era inginocchiato a terra. Dopo che l’undicenne ha sparato, l’arma è caduta.

Ciò che questi minori hanno fatto, stravolge ovviamente le loro vite, cambia la loro percezione di cosa sia bene e cosa sia male, e spesso si ritrovano ad avere problemi mentali, riferisce Save the Children: smettono di parlare, compiono atti di autolesionismo e di violenza indiscriminata. L’addestramento inizia con bambini molto piccoli, che cominciano con la lotta –a braccia alzate, subendo pugni in pancia e calci –, poi, dopo circa un mese, si passa alle armi. Non manca certo la lettura del Corano. Abdallah ha detto di essere stato “contento” di fare quell’allenamento – e lo si è visto anche dal servizio de Le Iene –, ma c’erano bambini che non volevano farlo e venivano colpiti sulle gambe. Il ragazzino ha detto che nel carcere, c’è un altro bambino che ha ucciso un uomo, sgozzandolo: è un senegalese di 9 anni, suo amico. Anche i piccoli jihadisti possono essere fonte di informazioni per le autorità libiche: lo stesso Abdallah, ha affermato per esempio di sapere cose su una delle donne che sono state intervistate nel servizio. Ha visto anche donne mettersi le cinture esplosive: le mettono alla vita, nascosta e sembra che tengano un bambino, ha spiegato. Interrogato dal direttore del carcere, ha anche detto che il piccolo senegalese di cui abbiamo parlato prima, gli ha riferito di aver visto la propria madre indossarne una. Bisogna indagare, ma quelle di Abdallah sono appunto testimonianze preziose. Dato che ha ucciso un uomo, ma è un minorenne, non è considerato un detenuto e non sarà giudicato come un uomo capace di intendere e di volere – come accade ai ragazzi al di sopra dei 16 anni –: potrebbe tornare in Egitto, se il suo Paese d’origine lo volesse, ma questo non lo accetta, dato che è stato legato all’Isis, e per i bambini tunisini vale la stessa cosa. Tuttavia il direttore del carcere ribadisce: “Per questi bambini e per le loro madri, in Libia non c’è futuro”.

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