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L’opinione di Stefano Iannaccone

Le lacrime di coccodrillo dell’Occidente sull’Afghanistan

Tutti a versare lacrime di coccodrillo per quanto è successo in Afghanistan: dal ripristino della sharìa al burqa che copre il volto delle donne fino ai diritti negati alle donne stesse che pagano più di tutte questo salto indietro.

afghanistan occidente
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L’Afghanistan si è ripreso la scena pubblica. In maniera perentoria, senza possibilità di replica. Ora, in ogni angolo del pianeta, si torna a parlare di Kabul, dell’avanzata dei talebani e della loro conquista del potere. Sembra quasi sia accaduto all’improvviso, in questi pochi giorni agostani, tra un’ondata di calore e un bollettino sul Covid.

E tutti a versare lacrime, le più tipiche lacrime di coccodrillo, per quanto è successo, per il ripristino della sharìa, del burqa che copre il volto delle donne, dei diritti negati proprio alle donne, che pagano più di tutte questo salto indietro.

E sono argomenti perfetti per diventare trending topic, per fare incetta di like su Facebook e Instagram, fustigando a parole gli Stati Uniti, l’Occidente e così via. Ma non ce ne vogliano gli influencer della comunicazione, sarebbe bastato un minimo di attenzione per conoscere la situazione in Afghanistan.

Qualsiasi osservatore, minimamente attento, era a conoscenza del fatto che i talebani si stessero attrezzando in attesa di lanciare l’assalto finale a Kabul. Erano lì pronti affinché il contesto diventasse favorevole. Per comprendere cosa si sarebbe verificato, senza stracciarsi le veste in colpevole ritardo, era più che sufficiente leggere qualche giornale straniero o magari soffermarsi con maggiore attenzione alle analisi approfondite che hanno fatto capolino talvolta sulla stampa nostrana.

O anche cercare qualche news sui magazine online più attenti alle questione dei diritti e di quanto avviene oltre confine. Magari cercando di rendere trending topic allora la questione.

Perché al di là delle retoriche strappalacrime dei paladini postumi dei diritti, c’è una verità storica inoppugnabile: l’Afghanistan era stato abbandonato da tempo. Mancava il ritiro delle truppe, ma si trattava di un passaggio formale, perché nei fatti era stato espulso dell’agenda del dibattito pubblico da tempo immemore.

Era una zavorra di cui liberarsi, nel timore che altri militari d’Oltreoceano o europei potessero essere uccisi in un attentato o, peggio, finire vittima degli scontri tra talebani e forze governative. La guerra, infatti, non era mai finita. La cronologia degli eventi racconta come gli eredi del mullah Omar abbiano ripreso vigore ormai da anni. Dopo la sconfitta militare del 2001, hanno trovato la forza di resistere nelle aree più remote del Paese per riorganizzarsi. Una strategia di paziente attesa, nella consapevolezza che gli occidentali avrebbero, prima o poi, preferito andare via, dichiarando chiusa la missione. E poco importava se nel frattempo il processo democratico aveva le fattezze di una farsa. Le elezioni presidenziali, tanto per capire in quale condizione versasse l’Afghanistan, sono state oggetto di accuse di brogli, almeno fino a che i due contendenti, Abdullah Abdullah, e Ashraf Ghani, hanno trovato una fragile intesa per spartirsi il potere.

L’impoverimento della popolazione non è mai stato arrestato e l’ambizione di democratizzare il Paese è andata lentamente naufragando, quei diritti di cui tanto ci si riempie la bocca non sono stati coltivati, tutelati, rafforzati. Anzi l’instabilità, la corruzione e la povertà hanno rappresentato l’humus su cui hanno ripreso forza i talebani, che nel frattempo hanno acquisito lo status di interlocutori, con l’ex presidente statunitense, Donald Trump, che ha siglato una farlocca intesa a Doha, nel 2020. E pazienza se le fazioni militari dei talebani continuavano ad avanzare sobborgo dopo sobborgo, città dopo città. Tanto che alla fine gli islamisti sono arrivati a Kabul come fosse una scampagnata. Cogliendo di sorprese solo le prefiche dei diritti. Che pure oggi spargono ipocrisia a piene mani.

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