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L’era di mezzo del tennis Usa

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Con nomi come quelli di Sampras, Agassi, McEnroe e Connors, gli Stati Uniti sono stati sotto quasi ogni profilo la nazione tennistica che può vantare i maggiori successi nell’era professionistica iniziata nel 1968. Dobbiamo ora considerarli una potenza tennistica di seconda fascia?

Mentre il contingente maschile si appresta a disputare l’Australian Open la prossima settimana (il primo torneo dello Slam dell’anno), questa domanda è fortemente rilevante.

Gli americani arrivano all’evento di Melbourne impantanati in un digiuno da titoli dello Slam che risale alla vittoria di Andy Roddick allo US Open del 2003. La striscia record dell’era Open continua da 28 tornei.

Allo stesso tempo, gli americani hanno finito il 2010 con quattro giocatori classificati nei primi 20 – in testa alla pari con la Spagna, un record per gli Usa dal 1999.

Questa condizione di profondità e privazione sta a significare che «è un momento cruciale di transizione», dice l’ex professionista e commentatore per Tennis Channel Justin Gimelstob.

«Anche se non abbiamo vinto uno Slam in 18 tentativi, abbiamo un buon gruppo», dice il numero 18 del mondo Sam Querrey, che, con i suoi quattro titoli, è l’americano che ne ha vinti di più la scorsa stagione. «Speriamo che qualcuno di noi riesca a vincere uno Slam. Sfortunatamente, la situazione del tennis in America è questa».

Questa è un’analisi degli strati generazionali, mentre ci avviciniamo all’Australian Open:

• I giocatori che hanno svolto un ruolo guida negli ultimi dieci anni – Roddick, Mardy Fish, Robby Ginepri e James Blake – si avvicinano alla trentina e stanno tentando di fare un finale di carriera sprint oppure iniziano il 2011 con un punto interrogativo, in seguito a stagioni condizionate dagli infortuni (taylor Dent, 29 anni, si è ritirato l’anno scorso).

• I giovani – Querrey e John Isner – hanno fatto passi importanti nel 2010 ma hanno deluso negli appuntamenti importanti.
• Alcuni giovanissimi, tra cui il 18enne Ryan Harrison, stanno cercando di guadagnare uno status di legittimi contendenti per il secondo decennio del 21esimo secolo.

Patrick McEnroe, che lo scorso anno ha lasciato il posto di capitano di Davis dopo un decennio, dice che il quartetto composto da Roddick, Fish, Querrey e Isner, può fare molto bene a Melbourne.

«Se le cose vanno per il verso giusto, chiunque di loro può raggiungere le semifinali», dice.

Ma la peggiore prestazione della storia nei tornei più importanti nel 2010 – i quarti di finale di Roddick in Australia sono stati l’unica apparizione di un americano a quel livello in un Major – ha lasciato l’interrogativo se siano vicini i tempi in cui il digiuno da Slam avrà fine.

«Il 2010 è stato molto deludente – dice McEnroe –. Con quattro ragazzi tra i top 20… mi aspetto di vedere un paio di americani nella seconda settimana».

Il regno di Federer e Nadal

C’è una ragione per cui all’America e virtualmente a ogni altra nazione è stata chiusa la porta del cerchio dei vincitori: il duopolio Rafael Nadal-Roger Federer. Lo spagnolo e lo svizzero hanno dominato il tennis dal 2004, con vittorie in 21 degli ultimi 23 Major.

Nadal, 24 anni, viene da una stagione spettacolare, in cui ha vinto il Roland Garros, Wimbledon e lo US Open e ha tolto a Roger Federer il primo posto in classifica.

Il nove volte vincitore di Slam cerca il suo secondo titolo a Melbourne, ma, dato più significativo, potrebbe diventare il primo tennista dai tempi di Rod Laver a detenere tutti e quattro gli Slam contemporaneamente – il “Rafa Slam”. L’australiano Laver lo fece negli anni solari 1962 e 1969.

Il campione uscente Federer ha avuto la meglio su Andy Murray nella finale degli Australian Open per ottenere il suo 16esimo titolo dello Slam, un record, un anno fa, ma ha faticato a ritrovare la sua forma migliore nei mesi seguenti. Ma dopo aver perso nelle semifinali dello US Open, il 29enne svizzero è stato il giocatore più caldo del circuito, con 26 vittorie e 2 sconfitte e quattro titoli conquistati, incluso uno score perfetto di cinque vittorie a zero al Masters di fine stagione, in cui ha battuto Nadal in finale.

Federer ha iniziato bene anche il 2011, conquistando il suo 67esimo titolo a Doha, in Qatar, questo mese in un campo di partecipanti che includeva Nadal, Jo-Wilfried Tsonga e Nikolay Davydenko.

Il numero 3 del mondo Novak Djokovic, il vincitore dell’Australian Open nel 2008, rimane un forte contendente, come lo svedese due volte finalista Slam Robin Soderling e il finalista dell’anno scorso, il britannico Andy Murray.

Roddick ancora la migliore speranza

A 28 anni, Roddick rimane la migliore speranza di ridare lustro alla tradizione americana negli Slam. Affamato, duro lavoratore e ancora il miglior americano con il suo numero 8 in classifica, Roddick ha una voglia che non è mai stata in dubbio. Anche se ha giocato per lunghi tratti di carriera senza grossi infortuni, è stato soggetto ad alcuni brevi stop nell’ultimo paio di stagioni.

Dopo aver giocato il suo tennis migliore sul cemento americano in primavera, il texano dal servizio di fuoco ha sofferto una mononucleosi e non ha raggiunto una semifinale Slam solo per la seconda volta negli ultimi otto anni.

Ecco perché, quando è arrivato a Brisbane questo mese (e ha raggiunto facilmente la finale prima di perdere dal numero 4 del mondo Robin Soderling), ha potuto vedere un motivo di ottimismo.

«Penso che sia la prima volta che mi sento a posto da maggio, e quando sei in forma ti liberi di molta pressione mentale», ha detto Roddick. «Senti di poter giocare come vuoi, per cui mi sento fresco, pieno di entusiasmo e pronto».

«A nessuno piace competere più che a lui», dice Querrey. «Ha ancora la voglia e la capacità di vincere uno Slam»

Blake, ex top 5, e Ginepri, semifinalista allo US Open nel 2005, sono dei punti di domanda maggiori.

Blake, 31 anni, è ancora esplosivo ma è finito fuori dai primi 100 per la prima volta dal 2000 e ha saltato lunghi tratti della stagione per un infortunio al ginocchio destro.

Ginepri, 28 anni, è stato operato al gomito sinistro che si era rotto in un incidente in mountain bike a settembre e non si pensa che possa tornare prima di febbraio o marzo.

Nessuno dei due è andato in Australia.

Forse il personaggio più interessante è Fish. Talentuoso, ma con risultati inferiori al suo potenziale, ha rimesso a posto il fisico lo scorso anno e ha fatto un’estate straordinaria, vincendo due titoli, battendo una serie di top 10 e spingendo la sua classifica a un personal best di numero 16.

Giocatore a tutto campo, Fish, 29 anni, ha giocherellato con uno status da top player in una prima fase della sua carriera, per poi svanire a causa di infortuni proprio quando sembrava pronto a consolidare la sua posizione.

Nonostante un problema alla caviglia che ha limitato i suoi allenamenti nella off-season, Fish dice che la sua ritrovata dedizione lo ha reso ansioso di capitalizzare i suoi successi e finalmente mirare ai top 10.

«È un mio enorme obiettivo», dice Fish, che ha perso al primo turno dell’Australian Open l’anno scorso.

Ancora in attesa…

Ci si aspetta molto quest’anno da Querrey e Isner, gli altissimi amici e occasionali compagni di doppio, la cui rivalità amichevole li ha aiutati a spingersi ai piani alti della classifica.

Querrey, 23 anni, ha decisamente scalato il ranking dopo aver rinunciato al college per diventare professionista quattro anni fa, con l’acuto delle sue quattro vittorie in tornei su quattro superfici diverse nel 2010. Querrey, che è alto 1 metro e 98, deve ancora lavorare su alcuni passaggi a vuoto mentali e deve ancora andare in fondo in uno Slam o in un Masters 1000.

Mercoledì, da prima testa di serie, ha perso nel primo turno di un torneo di preparazione all’Australian Open a Sydney contro l’ucraino Alexandr Dolgopolov per 6-4, 6-3.

«Di certo nel 2010 ho subito delle sconfitte che non avrei dovuto subire», ha detto il mese scorso al telefono il tranquillo giocatore nato in California. «Sto ancora imparando delle piccole cose qua e là, ma per la maggior parte ho ormai un po’ di esperienza e so quel che sto facendo».

Per Querrey, qualsiasi piazzamento al di sotto di un quarto di finale negli Slam quest’anno sarebbe una delusione.

«Sono arrivato agli ottavi in uno Slam tre volte – dice –. Devo fare un passo avanti».

Lo stesso vale per il gigante di 2 metri e 06 Isner, il cui servizio mostruoso lo ha guidato verso una vittoria e altre tre finali nel 2010, ma che sarà ricordato soprattutto per la sua assurda vittoria nel primo turno di Wimbledon su Nicolas Mahut, che ha richiesto tre giorni e più di 11 ore.

«Voglio davvero mettermi quel match alle spalle», dice il 25enne, ex esponente di spicco dell’Università della Georgia. «Tocca a me giocare bene nei match importanti. Se riesco a farlo, credo che potrò mettere quell’incontro nel mio specchietto retrovisore».

Nessuno dei due ha avuto un autunno memorabile, per cui la preparazione ai match potrebbe essere un problema a Melbourne.

Querrey ha vinto una partita e ne ha perse cinque dopo lo US Open. Isner si è preso un periodo di riposo per guarire un fastidioso problema alla caviglia subìto appena prima dello US Open e ha cominciato ad allenarsi di nuovo solo a metà dicembre.

Entrambi dicono di essersi allenati duramente nella off-season e che concentreranno le loro energie sugli eventi importanti.

«È tempo che Isner, Querrey e Fish facciano un salto di qualità nei tornei che contano», dice McEnroe.

Attrazioni in arrivo

Il più giovane della lista è il teenager Ryan Harrison, che ha vinto i playoff della USTA per la wild card all’Australian Open per il secondo anno consecutivo.

Harrison ha lanciato segnali la scorsa estate, quando, da qualificato, ha battuto la testa di serie numero 15, il croato Ivan Ljubicic, al primo turno dello US Open (ha perso in cinque set nel turno successivo).

Harrison, 1 metro e 83, che si allena a Bradenton, in Florida, dice di aver messo su qualche chilo di muscoli nella off-season e inizia il 2011 con il nuovo coach Martin Damm, ex specialista del doppio.

Giocatore a tutto campo, numero 173 in classifica, si è posto grandi obiettivi e si aspetta di entrare presto nei primi 100.

«È un gran talento puro», dice il nuovo capitano di Davis Jim Courier, che ha elogiato la competitività e l’etica del lavoro di Harrison in una conferenza stampa martedì.

Nel quadro d’insieme, quel che preoccupa gli osservatori come McEnroe e Courier non è la presenza al vertice, ma la caduta precipitosa subito dopo. Sebbene ci siano quattro americani nei primi 20, solo un altro giocatore, il veterano numero 99 Michael Russell, è nei primi 100.

C’è altro potenziale oltre a Harrison. Jack Sock, 18 anni, è solo numero 875, ma ha vinto il titolo junior allo US Open lo scorso settembre, e ha perso in finale al playoff per la wild card all’Australian Open contro Harrison. Donald Young, 21 anni, attualmente numero 129, potrebbe essere anche lui un top 100, o mirare più in alto.

«Il più grande obiettivo per noi è ottenere più giocatori nei primi 100», dice McEnroe, che segue il programma di sviluppo d’élite per la USTA. «Se ci riusciamo, pensiamo che i risultati cresceranno. Alla fine, vogliamo vincere degli Slam, ma dal punto di vista del programma vorremmo vedere altri numeri».

Ci sarà una grande pressione sugli Stati Uniti, perché tornino da Melbourne con il trofeo, ma ci sono fattori che li favoriscono più, per esempio, della terra lenta di Parigi, secondo Gimelstob di Tennis Channel.

La superficie in Decoturf gioca a favore del loro tennis d’attacco; gli americani prendono sul serio la off-season e arrivano in forma e riposati; e storicamente hanno sempre fatto bene in Australia. «Hanno un buon rapporto con il torneo», dice Gimelstob.

Realisticamente, secondo gli osservatori, nessuno dovrebbe avere speranze troppo alte che gli americani pongano fine al loro digiuno da Slam in Australia.

«La migliore chance per loro rimane sempre Roddick a Wimbledon», afferma McEnroe.

Douglas Robson

USATennis

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