Coming out: i casi di Paola Egonu e Marco Carta
Il coming out ha i suoi tempi e va bene, va bene comunque
L’opinione di Caterina Coppola

Il coming out ha i suoi tempi e va bene, va bene comunque

carta-egonu

Non c’è un solo modo di fare coming out. E non c’è un modo giusto né un modo sbagliato.

Non c’è un solo modo di fare coming out. E non c’è un modo giusto né un modo sbagliato.

Ognuno ha il suo e va bene. Va comunque bene.

Coming Out: quando è giusto farlo

Va bene il coming out di Marco Carta, programmato, studiato in ogni particolare, davanti alle telecamere della domenica pomeriggio più popolare della TV. E va bene quello di Paola Egonu, la campionessa di pallavolo della nazionale italiana, argento agli ultimi mondiali, che ha raccontato che era stata la sua ragazza a consolarla per la sconfitta in finale.

Non c’è un modo come non c’è un momento giusto. Perché il coming out (attenzione, non l’outing che invece si ha quando è una terza persona a rivelare l’orientamento sessuale di qualcuno) è un fatto personale e soggettivo. Richiede ancora coraggio e forza. Ed è una cosa che difficilmente una persona eterosessuale comprende a primo acchito. Lo dico per esperienza personale. A noi eterosessuali non è mai richiesto di dire che lo siamo.

Non è necessario perché per la maggior parte delle persone è scontato essere eterosessuali. Nasci femmina, ti mettono un nome femminile e appena arrivi all’asilo tutti cominciano a prenderti in giro chiedendoti se hai già “il fidanzatino”. Mai a nessuno viene in testa di chiedere a una bambina se ha la fidanzatina o a un bambino se gli piaccia un compagnetto di classe.

Il punto è che tra i tanti bambini a cui chiediamo se hanno la fidanzatina ce ne sono alcuni che, invece, sentono battere il cuore quando incrociano lo sguardo di un compagnetto.
E per lui è normale: gli succede così. Che sia una cosa “fuori norma” sono gli adulti a farglielo pensare. Piano piano, giorno dopo giorno, tra una “fidanzatina” e l’altra.
Così come una bambina viene cresciuta pensando che si innamorerà di un maschio, possibilmente del principe azzurro. E tutto, nella maggioranza dei casi, in totale buona fede.

Poi però succede che a un certo punto ognuno di noi deve fare i conti con chi è davvero, con il cuore che batte quando ci hanno insegnato che è strano. Perché puoi convincerti di quello che ti pare, ma non puoi cambiare la tua natura. Chi vi dice il contrario, mente. E rischia di farvi molto male.

Se hai la fortuna di avere una famiglia e degli amici che vogliono bene a te e non a quello che pensano che tu sia, di solito fila tutto liscio. Ma non sempre va così e ce lo raccontano cronache di tutti i giorni: ragazzi o ragazze cacciati di casa, a volte costretti a sottoporsi a presunte cure (l’omosessualità non è una malattia e dunque non esistono cure), storie di bullismo a scuola e, nei casi più drammatici, perfino il suicidio.

In una società capace di produrre orrori del genere, è comprensibile che dire a tutto il mondo “ehi, sono omosessuale!” sia vissuto con una certa ansia. Chi di noi non ne avrebbe al pensiero di perdere gli amici e le persone care? Chi di noi non ne avrebbe se per tutta la sua vita è stato abituato a pensare che se tutti si aspettano qualcosa da te e tu, invece, senti tutt’altro forse quello sbagliato sei tu?

Ma ogni volta che un personaggio famoso fa coming out, come ha fatto Marco Carta, un ragazzino da qualche parte nella provincia di questo Paese si sente meno solo. Perché è la dimostrazione che si può essere omosessuali (o bisessuali, o trans o qualsiasi altra cosa) e viverlo serenamente. Per di più, inseguendo il proprio sogno e diventando anche famosi.

Capisce che vivere nell’ombra non solo non è un’alternativa valida, ma non ha proprio senso. Significa rinunciare in partenza alla propria felicità. E niente merita questa rinuncia. Neanche un amico in meno che forse tanto amico non era.

Partito gay

Coming out Marco Carta: tutti contro

Per questo attaccare Marco Carta perché “lo sapevano già tutti” o “l’ha fatto per promuovere l’album nuovo” è stupido e fa male non a lui (che comunque è su tutti i giornali a parlare del suo album lo stesso), ma a tutti quei ragazzini e quelle ragazzine che hanno paura a manifestare il loro, naturalissimo e normalissimo, modo di essere.
Gli insulti e le cattiverie rivolte a Marco Carta hanno colpito loro. Hanno colpito tutte le mamme e i padri preoccupati perché “se mio figlio è gay sarà infelice”.

Certo, possiamo discutere di quanto sia stato deleterio anche per lui, proprio per le ragioni spiegate prima, tenerlo nascosto così a lungo. Possiamo anche discutere del fatto che ci sono migliaia di persone che fanno o hanno fatto coming out in situazioni molto meno “protette” di quelle che il cantante sardo vive per sua stessa ammissione. Ha raccontato, ad esempio, che in famiglia lo sapevano ormai da tempo e che non è mai stato un problema. Per altro, non rischia certo di essere licenziato perché gay, mentre molte persone vivono quotidianamente circostanze molto più complesse. Tutto vero, o verosimile.

Marco Carta

Il coming out è libertà

Ma il coming out non è un obbligo: è una scelta di libertà. È una rinascita che ognuno ha il diritto di vivere come e quando vuole perché è delle vite delle persone che stiamo parlando. E a nessuno di noi piacerebbe se ci venissero a dire come dobbiamo vivere la nostra vita, giusto?

Finalmente è libero. Di amare, di essere se stesso, di non fingere più.

L’augurio che dobbiamo farci è che questa sua libertà sia contagiosa. Per le tante persone famose che ancora si nascondono e per tutte quelle che incontriamo ogni giorno per strada, in ufficio, a scuola, al supermercato, sul pianerottolo di casa e pensano che fingendosi altro da sé vivranno meglio.

© Riproduzione riservata

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Leggi anche

Dolce&Gabbana Light Blue Swimming In Lipari Pour Homme - Tester
44 €
Compra ora
Diadora Cyclette Lilly Rigenerata
79.95 €
173 € -54 %
Compra ora
Caterina Coppola
Caterina Coppola 1 Articolo
Giornalista siciliana trapiantata prima in Toscana e ora a Roma. Scrivo di tematiche lgbt+ e questioni di genere da dodici anni. Perché nessuno può essere triste guardando l'arcobaleno. Insieme ad altri tre amici ho fondato, nel 2016, il portale Gaypost.it. Collaboro, di tanto in tanto, con Wired Italia e TPI e mi occupo di comunicazione politica e istituzionale. Non mi piacciono i compromessi, soprattutto in cucina.