Il paradosso di Baby, la serie Netflix sulla prostituzione minorile ai Parioli
Il paradosso di Baby, la serie Netflix che racconta la prostituzione minorile ai Parioli
L’opinione di Claudio Savelli

Il paradosso di Baby, la serie Netflix che racconta la prostituzione minorile ai Parioli

Netflix, Baby: la Serie

La serie italiana prodotta da Netflix delude durante la visione, ma non dopo, quando finalmente risulta chiaro il suo pregio: la verticalità.

Quando arrivi in fondo diventa chiaro cosa è davvero Baby, serie tv italiana da sei puntate prodotta da Netflix. Una serie sui ragazzi, scritta dai ragazzi, per i ragazzi. I primi sono un gruppo di studenti dell’istituto privato Carlo Collodi, i secondi sono un collettivo di autori romani la cui età media è ventiquattro anni, i terzi sono il pubblico giovanile a cui la serie è destinata, anche se questo lo diciamo noi dopo averla vista, non chi l’ha prodotta prima che la visione fosse disponibile. E lo diciamo dopo esserci arrivati in fondo senza fatica, nonostante tutto. Perché scorre, Baby, e scorre perché è ben scritta, per cui quando finisce un episodio non trovi la forza di spegnere lo schermo, ma vuoi sapere che succede, vuoi capire dov’è la chiave di volta. Anche se questa chiave, in fin dei conti, non arriverà mai. Però, forse, accade volutamente. La serie rimane in questa sospensione perenne, nell’attesa di qualcosa, che è fastidiosa ma allo stesso tempo efficace.

Perché se Baby è un prodotto scritto dai giovani, significa che è imperfetto per definizione, e se è per i giovani, vuol dire che non ha pretese di perfezione. Non è sbagliato dunque, anzi per certi paradossali versi è perfetto, a patto che venga inquadrato per quello che è, e non per quello che sembrava essere.

Il fraintendimento di cui Baby è vittima

Il punto infatti è che Baby non è “la serie delle squillo dei Parioli”, come è stata frettolosamente e in qualche modo ambiziosamente soprannominata, ma una specie di The OC, se non addirittura un Gossip Girl all’italiana, in cui lo scandalo delle squillo venuto a galla nel 2014 su cui si basa la storia è soltanto il sottofondo, il punto di partenza utile a stendere una sceneggiatura che poi si snoda verso altri orizzonti e tematiche. Ed è, per inciso, il motivo per cui la serie non “inneggia alla prostituzione minorile”, come si era detto qui e là: tutt’altro. Ciò premesso, è ben girata, Baby, da Andrea De Sica e Anna Negri, e ben recitata dalle brave e belle e brave protagoniste Benedetta Porcaroli e Alice Pagani, e tra gli attori non protagonisti da un ottimo Brando Pacitto. Ed è, come anticipato, ben scritta dal collettivo di scrittori denominato GRAMS*, che proprio con Baby ha esordito con il suo primo copione per la serialità a grande distribuzione, e lo ha fatto direttamente su Netflix.

È il tipico inizio col botto, dunque, che ha contribuito a gonfiare l’aspettativa sul collettivo stesso, considerato d’un tratto un prodigio, nonché della creatura, Baby appunto. Che quindi delude per tutta la durata della visione, perché la si guarda per intero con gli occhi di chi si aspettava una serie definitiva, una grande trama condita dal tocco innovativo di un gruppo di giovani scrittori. Delude fino alla fine, sì, ma non dopo, perché è vittima di questo grande fraintendimento: non punta in alto come l’altra serie italiana prodotta da Netflix in Italia, e cioè Suburra (escludiamo l’appendice docu-reality-sportiva First Team: Juventus). Baby pretende meno, Baby sceglie di pretendere meno. Di rivolgersi a pochi, ai meno. Solo che non si era capito. Non l’avevamo capito. Colpa nostra, e infatti ciò non significa, in fin dei conti, che sia “da meno”.

Se Baby è per i giovani…

Risulta tutto ciò chiaro soltanto al termine dell’ultima puntata, quando si chiude il cerchio e Baby appare per ciò che è: una serie per i giovani. Il suo pregio, dunque, è anche il principale difetto. Funziona, sì, anche se solo in parte, perché non è per tutti come sembrava dovesse essere. Chi guarda Baby e non appartiene alla generazione che è sia soggetto che oggetto della narrazione, si sente estraneo, intruso, escluso. È una scelta editoriale indotta da Netflix, che da qualche anno esige produzioni puntuali e differenziate per ogni territorio in cui offre il servizio. E GRAMS* è stato fin dal primo momento ciò che Netflix cercava: un collettivo di autori nuovi, sconosciuti e sì, imperfetti, perché in quanto tali malleabili dalla stessa Netflix. Ma anche audaci, coraggiosi, e bravi a proporre una storia della loro città – Roma, anzi, i Parioli – e del loro mondo – quello dei giovani.

È giusta la mira, quindi: Baby voleva essere questa serie qui. Epperò ora che ce ne rendiamo conto, è un peccato che sia soltanto questo: perché il potenziale era superiore a quello realmente espresso. La vita dei teen benestanti ai Parioli è costretta da un orizzonte limitato e dal respiro affannoso di chi è stato scelto per creare una serie innovativa ma che non può evadere dai confini imposti, troppo stretti. Ed è un peccato anche perché nelle penne di GRAMS* s’intravede un potenziale che Baby non ha espresso fino in fondo. Ma è pur vero che si tratta di un esordio. E che c’è tempo, quindi, per conoscersi meglio e andare oltre Baby. O ritrovarci, chissà, per una seconda stagione migliore.

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