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Sanremo, Rancore e il suo Festival: “Una delle esperienze più belle”

Il rapper Rancore si racconta in un'intervista esclusiva a Notizie.it dopo l'apparizione al Festival di Sanremo.

Rancore

Dopo l’apparizione sul palco dell’Ariston di Sanremo, dove insieme a Daniele Silvestri ha vinto tre premi della critica, il rapper Rancore racconta in un’intervista esclusiva a Notizie.it la sua esperienza al Festival e le emozioni che lo hanno accompagnato lungo la settimana della kermesse.

Rancore è sempre stato un rapper fuori dagli schemi e lontano dalle luci dei riflettori, un cantante dai testi vibranti e mai banali.

Chi è Rancore?

Tarek Iurcich, in arte Rancore, è un rapper romano di 29 anni. Nato da padre croato e madre egiziano, ha iniziato a fare strada nel mondo della musica all’età di 14 anni. Dopo la pubblicazione degli album ‘Segui Me‘ e ‘Elettrico‘, arriva l’apparizione al programma televisivo Spit.

Nel 2015 esce il singolo ‘S.U.N.S.H.I.N.E.‘, il quale verrà recensito da “Il Fatto Quotidiano” come “la più bella canzone rap che un rapper italiano abbia mai inciso“. Nel 2018 esce il suo ultimo album ‘Musica Per Bambini‘, definito da lui stesso come il suo album migliore dal punto di vista della scrittura. Nel febbraio del 2019 partecipa insieme a Daniele Silvestri al Festival di Sanremo, nel quale vince il premio della critica “Mia Martini“, il premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo e il premio della sala stampa “Lucio Dalla“.

Musica per Bambini Rancore ha anche collaborato con moltissimi esponenti del rap italiano come Claver Gold, Murubutu, Mezzosangue e Danno. Agli albori della sua carriera ha anche duettato insieme a Marracash e Fedez.

L’intervista

Innanzitutto, chi è e da dove nasce Rancore?

Viene da un sottobosco e dai meandri del rap italiano. Ho fatto il primo disco quando avevo sedici anni e da quel momento non ho mai smesso di portare in giro quest’attitudine, questo tipo di rap e anche questo nome, che col tempo ha cambiato la sua forma e la sua dimensione. Quando ho iniziato ero un adolescente e dietro questa parola davo un significato che col tempo è fortemente cambiato evolvendosi. Crescendo, questa parola ha preso un significato sempre più diverso. È come Batman: lui si traveste da pipistrello convinto che i nemici ne abbiano timore, ma quello che ne ha paura è proprio Batman stesso. Allo stesso modo, io mi vesto da rancore, proprio per esorcizzarlo e non per diventare tale.

Come si è evoluta la figura del supereroe Rancore?

Inizialmente era semplicemente un nome aggressivo, rivolto alle persone con cui mi scontravo nel ‘rap game’. Questa è diventata col tempo una guerra contro sé stessi, che altro non è che la base di ogni competizione. Non si va mai contro qualcuno, ma sempre contro sé stessi. ‘Ogni pugno che sferri è un pugno contro di te‘ diceva Bruce Lee.

Partiamo dall’esperienza di Sanremo. Com’è stato salire sul palco dell’Ariston?

È stato molto emozionante, come è normale che sia. È un palco importante ed enorme per la visibilità che ti conferisce. Per me è stato fondamentale esserci andato con Daniele Silvestri, poiché è sempre stato uno dei miei artisti italiani preferiti e con il quale ho sempre voluto collaborare.

Il connubio Rancore-Sanremo è stato completamente imprevedibile. Da dove è nata l’idea?

È tutto nato da Daniele Silvestri con il quale stavo collaborando per l’uscita del suo nuovo album. Un giorno mi ha chiamato e mi ha proposto di portare insieme quella canzone proprio a Sanremo. Lì per lì ho detto subito di sì, ma non ci speravo più di tanto. In pochi giorni però è diventato ufficiale e abbiamo iniziato a lavorare giorno e notte per rendere il tutto il più adeguato possibile.

Insieme a Silvestri, nella canzone è presente anche Manuel Agnelli. Tre cantanti dalla provenienza artistica molto diversa. Com’è stato lavorare con loro?

È stato molto emozionante, un’esperienza particolare. Ero il più giovane e ho imparato molte cose. Da un altro punto di vista, è stata una vera e propria unione di musiche differenti con lo scopo di raccontare una storia semplice, ma molto simbolica nonché metafora di tante cose. Io sono fan della musica che unisce le persone, non che le divide, e il nostro è l’esempio perfetto. Questa è una delle rappresentazioni migliori della mia carriera.

Com’è il bilancio dell’esperienza al Festival?

Estremamente positivo, abbiamo vinto tre premi e, soprattutto, il messaggio che volevamo comunicare è passato ed è stato compreso. Questa è stata sicuramente una delle soddisfazioni più grandi della mia vita.

In ‘Argento vivo’ si parla di un carcere figurato che rinchiude le persone nella tecnologia. Da dove nasce l’esigenza di parlare di questo tema?

Daniele ha deciso di parlare di questa tematica molto attuale e ha scelto me come co-interprete. A quel punto, ho deciso di prendere la sua storia e di darle un connotato diverso. Anche nel mio ultimo disco ho affrontato tali tematiche e quindi l’immedesimazione è stata quasi automatica. Sia io sia Daniele abbiamo avuto la percezione che certi valori stanno venendo a mancare ed entrambi abbiamo voluto parlare di questo.

Cosa pensi del litigio tra i giornalisti ed Ultimo?

Il mio problema principale è che devo adattarmi alla società attuale. Io non ho né TV né smartphone e, di conseguenza, sono completamente disinformato su tutto. Non ho tempo per informarmi e forse non ho neanche voglia di farlo. Sono comunque convinto che tutto ciò che accade in determinati ambienti sia strumentalizzato per dire qualcosa, anche quando da comunicare non c’è proprio nulla. Purtroppo o per fortuna, sono rimasto lontano da questi discorsi di astio e, appunto, di rancore.

Tu stesso, a più riprese, hai definito la tua musica ‘hermetic hip-hop’, cosa significa?

Hermetic Hip-Hop è un modo per descrivere il mio rap. Io lo definisco ermetico. La mia musica è come una matriosca: ogni frase nasconde dentro di sé altri significati e così via. Più si scava più si trovano messaggi differenti. È una musica a specchio: non dipingo quadri da appendere al muro, io faccio specchi nei quali chi mi ascolta si riflette, e ognuno vede qualcosa di diverso. Solo ascoltando si può capire davvero il motivo che mi spinge a proporre questa musica.

Se dovessi scegliere un artista italiano e uno straniero con cui collaborare, chi sceglieresti?

Per quanto riguarda gli artisti stranieri, ne sceglierei sicuramente due: uno è Manu Chao, mentre l’altro è Stromae. Questi sono due artisti che da sempre mi hanno colpito, mi colpiscono e probabilmente continueranno a farlo. Invece, tra gli artisti italiani, ho collaborato con quasi tutti coloro con i quali avrei voluto cantare. Non è semplice decidere: probabilmente con Giorgio Canali e con Caparezza.

Molto particolari sono stati i riferimenti religiosi nella canzone ‘Depressissimo’, da dove viene quest’esigenza di dialogare con Gesù?

Mi piace dire le cose difficili che nessuno vuole dire. Lo faccio in molti dei miei pezzi, mi prendo la briga di farlo. Mi piace accettare questa sfida e parlare di persone di cui nessuno più parla e dei simboli che non si usano più. In questo caso, il simbolo è Gesù Cristo, ovvero l’archetipo del sacrificio, colui chi si è sacrificato senza chiedere nulla in cambio. Proprio questa metafora del sacrificio, mi porta alla canzone ‘Depressissimo’, nella quale mi metto completamente nudo davanti a tutti, proprio come quando Gesù è stato appeso in croce. Cristo è il simbolo del sacrificio e lui, nella canzone, mi dedica solo un minuto nel quale mi spiega in maniera violenta che entrambi ci siamo dovuti sacrificare per qualcosa e che questo è fondamentale.

Cosa pensa della separazione dei poteri: il cantante fa il cantante, mentre il politico fa il politico?

In questo periodo storico la cultura e la politica si stanno completamente mischiando, e questo non aiuta né una né l’altra. È normale che una persona che investe la propria vita nella sensibilità e nella creatività artistica si risenta nel momento in cui un governo o un esponente di esso esprime concetti che dovrebbero essere superati da moltissimo tempo. Il problema è che il sistema è una macchina unica e questo permette che ogni vaso sia comunicante ad un altro. Questo significa che ogni vaso alimenta un altro e, di conseguenza, si crea un’enorme macchina del male. Una cosa che mi piacerebbe vedere è un modo alternativo di dire le cose: non vedo il motivo per cui è così indispensabile utilizzare sempre le solite metodologie per comunicare. La musica è un mezzo potentissimo, ma, oggi, vengono preferite altre tipologie, come i social network, e questo porta a farci dimenticare della sensibilità e della creatività con le quali si possono comunicare le proprie idee. La naturale conseguenza è finire a dire le cose esattamente come le dice il politico. È proprio questo meccanismo che mi porta a stare in silenzio fino a quando non ho davvero qualcosa di sensato e interessante da dire.

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