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Brasile, 22 anni da solo nella foresta: l’ultimo della sua tribù

Unico sopravvissuto della sua tribù all'assalto dei contadini, da 22 anni vive da solo nella foresta, sfuggendo ad ogni contatto

C’è un uomo che da almeno 22 anni vive da solo nel cuore della foresta amazzonica brasiliana, senza alcun contatto con il mondo esterno. Si ritiene sia l’unico del suo gruppo – inizialmente composto da cinque persone – ad essere sopravvissuto ad un brutale attacco condotto da alcuni contadini per espellerli dalle loro terre. Nel corso degli anni ’70 e ’80, infatti, taglialegna, contadini e veri e propri “ladri di terre” hanno dato la caccia alle tribù indigene per appropriarsi dei territori in cui vivevano. Si ritiene infatti che l’uomo sia l‘unico ad essere sfuggito ad un’aggressione nella quale hanno perso la vita i suoi 5 compagni. Filmato per la prima volta nel 1996, il suo volto è stato conosciuto dal mondo nel 1998 in seguito alla sua apparizione nel documentario brasiliano Corumbiara, nel quale vengono documentate le lotte per la terra tra contadini e indigeni.

La storia de “L’uomo nel buco”

Conosciuto come “L’uomo nel buco”, sopravvive da solo nella foresta cacciando cinghiali, uccelli e scimmie.

Oltre ad arco e frecce, utilizza buche scavate nel terreno (da qui il nome), sul fondo delle quali fissa dei legni appuntiti.

L’uomo è ora sotto la protezione indiretta del Funai, l’organizzazione governativa brasiliana responsabile della protezione dei popoli indigeni e delle loro terre. Essa ha provveduto, dal 1990, a mettere sotto tutela l’area in cui vive, arrivando nel corso del 2015, a dar vita alla “Riserva indigena di Tanaru”. L’organizzazione, che osserva una stretta linea di non contatto con le popolazioni indigene, le quali dimostrano di non gradire l’avvicinamento della “civiltà”, si limita a lasciare all’indigeno solitario asce, machete e semi, in modo che possano essere da lui trovati e utilizzati. Anche se, come afferma il coordinatore regionale del Funai Altair Algayer, l’uomo dimostra di non voler alcun contatto con la civiltà.

“Capisco la sua decisione”, spiega Algayer. Il suo isolamento “rappresenta un segno di resistenza, e di odio che, conoscendo ciò che è stato costretto ad affrontare, è possibile comprendere”.

Sono infatti numerose le testimonianze di membri di tribù indigene a raccontare di come i contadini, nel corso dei raid contro i loro villaggi, sparassero alla schiena delle persone in fuga. Per assicurarsi così che non facessero ritorno.

La tutela del Funai sulle popolazioni indigene

Secondo gli studiosi del Funai sarebbero circa 113 le tribù che vivono nella profondità – o almeno in ciò che ne rimane – delle foresta amazzonica brasiliana. E altre 15 divise tra Bolivia, Ecuador e Colombia.

Alcune di esse sono nomadi e sopravvivono di caccia e pesca, come per esempio fanno gli Awà, residenti nello stato di Maranhão, nel nord est dell’Amazzonia.

Gruppi che, come “L’uomo nel buco”, vivono oggi in aree protette circondate da fattorie e campi coltivati.

Altri ancora, residenti sul lato ovest della foresta, sopravvivono invece piantando banane, mais, patate e altri cereali. Ed è proprio da quest’area, situata vicino al confine con il Perù, che si pensa provengano la maggior parte delle tribù che sopravvivono isolate. Si ritiene infatti che circa un secolo fa, con l’esplosione del mercato della gomma, molti membri delle tribù locali si sia data alla fuga. Lo scopo sarebbe stato quello di sfuggire allo schiavismo delle piantagioni.

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