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Vasco è per sempre
L’opinione di Michele Monina

Vasco è per sempre

Vasco Rossi senza il suo storico batterista

Vasco è così. Un ragazzo di provincia di sessantasette anni, dotato di un talento unico, quello di arrivare al cuore delle persone senza passare dal via.

Chi ha mai assistito a un concerto di Vasco Rossi lo sa bene, ogni anno, specie negli ultimi tempi, la scaletta avrà delle variazioni. A volte, come nel caso del VascoNonStop19, seconda tappa di quello che si prospetta come il Never Ending Tour di dylaniana memoria del rocker di Zocca, addirittura variazioni notevoli, radicali. Diversa la canzone di attacco e quella di chiusura, nello specifico Qui si fa la storia e Vivere, diverse in buona parte quelle che rimpolpano primo e secondo tempo.

Assenti giustificati dopo tanti anni i medley, che durante il VascoNonStop18 erano stati addirittura due, il classico medley acustico in cui il nostro proponeva alcune delle sue ballad più emozionanti, e un medley dance, atto a allungare il momento giocoso e godurioso che prende le mosse da Rewind, ormai entrato negli annali come il brano in cui le ragazze si mettono in topless lanciando sul palco i reggiseni.

Tutto diverso, quindi. O in buona parte. Tranne una cosa, il terzo tempo.

Quello che un tempo si chiamavano i bis. Ecco, le canzoni che si trovano nella parte finale del concerto sono come intoccabili, immancabili, sempre e solo quelle. Può cambiare, è il caso di quest’anno, l’ordine con cui cominciano, certo, ma sempre quelle saranno. Lì si trova Sally, lì si trova Siamo solo noi, lì si trova Vita Spericolata, lì si trova Canzone e la conclusiva Albachiara. Sempre a chiudere il concerto, l’inno vaschiano dedicato a quella giovane adolescente di Zocca. Sempre così, negli anni.

Bene, come detto tra questi brani immancabili, classici nei classici, c’è anche Siamo solo noi, un vero e proprio inno da cantare in coro, facendo anche le stesse pause di Vasco, in molti casi, chi c’è stato ben lo sa, anche le stesse smorfie con la faccia, sornione e ironiche. Siamo solo noi, quelli che vanno a letto la mattina presto e si alzano con il mal di testa.

Cantato da uno, Vasco, che proprio lanciando questo tour trionfale, sei San Siro tutti sold out come mai nessuno prima in Italia, neanche lo stesso Vasco Rossi, ci ha tenuto a sottolineare come ormai abbia cambiato del tutto le sue abitudini.

Preferendo svegliarsi presto la mattina, per andare a fare le sue famose passeggiate, famose perché spesso oggetto di storie su Instagram, spostando clamorosamente in anticipo il momento di andare a letto, al massimo alle undici di sera. Siamo solo noi, comunque, allora come oggi.

Vasco da 40 anni rockstar assoluta: un giro tra i fan

La domanda che mi sono fatto, aggirandomi per il prato di San Siro nella prima data, esperienza che ripeterò anche stasera, e poi domani, è: chi sono oggi questi “noi”?

Perché un tempo era tutto piuttosto chiaro. Per dirla con lo stesso Vasco, c’erano loro, i benpensanti da una parte, e il noi cantato da Vasco dall’altra. Quelli che non si riconoscono in una certa morale bigotta, quelli che tendenzialmente gli altri considerano diversi, sbagliati, sconvolti. Una sorta di chiamata alle armi di uno spirito ribelle, spesso arrivato dalla provincia, incapace di farsi omologare dalla società dei consumi cantata in Bollicine, fortemente ostinato nel non voler fare i patti con un perbenismo di facciata, ben raccontato in tante canzoni, da Fegato fegato spappolato, che quest’anno torna in una devastante versione hardcore, a Gli spari sopra a tante tante altre.

Oggi la faccenda sembra diversa.

Perché Vasco, che è Vasco da ormai più di quarant’anni, e lo è in chiave “rockstar assoluta” da una trentina, in virtù del suo essere duro e puro, oggi come allora, ha messo insieme un pubblico transgenerazionale e senza paletti sociali e culturali. Aggirandosi tra i fan presenti allo stadio, infatti, capita di vedere il giovanissimo come l’uomo che un tempo si sarebbe definito anziano, passando per i tanti di mezza età, come chi scrive. Bambini con i genitori, a volte anche coi nonni. Gente che ha lasciato l’ufficio un’ora prima per arrivare in tempo, che è passata la notizia che il concerto inizia prima del tramonto, come studenti in attesa delle sessioni estive di esami. Del resto, lui, Vasco, è così. Un ragazzo di provincia di sessantasette anni, dotato di un talento unico, quello di arrivare al cuore delle persone senza passare dal via. Di arrivarci, quindi, non toccando solo la testa, anche quella, ci mancherebbe, ma il cuore e la pancia, quindi facendo leva non solo sui riferimenti alti che nelle sue canzoni trovano asilo, ma su una immediatezza di stile e di linguaggio che fa delle sue canzoni, rock per attitidune, delle perfette opere pop. Nel senso più ampio possibile, ovviamente, cioè popolari. Universali, anche, perché negli anni Vasco, lavorando sulla sintesi, e ancora prima sulla poesia, è riuscito a affinare uno stile unico, riconoscibile già al primo ascolto. Pensate a un brano come Eh già, purtroppo assente quest’anno dalla già menzionata scaletta. Ha un titolo che evoca tutto quel suo modo di esprimersi, Eh già. E se si considera che l’eh già in questione arriva dopo un altrettanto sloganesco e efficacissimo “sono ancora qua”, beh, non può che essere chiaro come tutto quel che Vasco è capace di fare con una manciata di parole. Come ai tempi del suo primo arresto, nella prima metà degli anni Ottanta, anche dopo la malattia del 2011, quella malattia che rischiava di portarlo alla morto, Vasco non ha avuto bisogno di usare troppe parole per raccontare quel che gli è successo, la sua storia, i suoi sentimenti, le sue sensazioni. Allora era bastato quel “Quando ho il mal di stomaco, ce l’ho io, mica te, o no?”, stavolta questo “E sono ancora qua, eh già”.

Vasco Rossi

Come in certi cartelli stradali che hanno accompagnato la storia d’Italia del finire del secolo scorso, Vasco c’è. E c’è perché ha saputo parlare a tutte le generazioni che ha incontrato nel suo percorso artistico, tenendole poi con sé.

Per tutte queste generazioni, quelle che lo hanno apprezzato come cantautore nel finire degli anni Settanta, quelle che hanno fatto i conti col suo essere rocker ironico e sul filo del rasoio della prima metà degli Ottanta, quelle che lo hanno seguito nella disillusione e nella rabbia che lo ha portato fino agli anni Novanta inoltrati, quelle che poi lo hanno visto diventare la rockstar degli stadi, delle grandi arene come l’Autodromo di Imola, sempre più grande, per quelle che conoscono bene il suo male di vivere, che è un po’ anche il nostro male di vivere, per tutte Vasco è Vasco, sempre e comunque. Lui c’è. Cambiano le repubbliche, oggi dovremmo essere alla terza o la quarta, vallo a capire, cambiano le mode, cambia il mondo, si pensi che quando ha iniziato non c’era internet, non c’erano i social, si guidava senza cintura di sicurezza, ma lui è lì, stessa forza comunicativa, anche solo a guardarlo negli occhi nei maxi schermi.

Vasco Rossi

Nessuno ha saputo tenere il passo coi tempi come lui. Nessuno ha saputo accompagnarci per così tanto tempo. Nessuno è capace oggi come allora di coinvolgerci in quel Siamo solo noi che lo vede, ancora adesso, in compagnia del Gallo che lo accompagna nel caratteristico giro di basso, ma con alle spalle musicisti nuovi e contemporanei come Vince Pastano, il capo orchestra, e la grandissima polistrumentista Beatrice Antolini, chiamati a rinnovare il sound come in passato era stato fatto con Stef Burns, nei primissimi novanta, e con Frank Nemola qualche anno dopo.

Stef Burns

Proprio la presenza di Beatrice Antolini andrebbe presa a modello dell’unicità di Vasco. In un mondo di maschi che in qualche modo tengono le donne ai margini, chi altro avrebbe mai potuto dare così tanto spazio a una artista di valore come lei, una che passa dalle tastiere alle chitarre, dalle percussioni al sax, dalle macchine ai cori come se le fosse tutto naturale? Solo Vasco, artista che del resto ha sempre guardato al femminile con incredibile profondità e rispetto.

Nessuno di sessantasette anni potrebbe permettersi, se non lui, di essere credibile tanto quando canta Vivere o niente quanto mentre intona Portatemi Dio o Ti taglio la gola.

Visto che il nuovo corso del Vasco dal vivo, il solo corso che ci par di capire ci accompagnerà da qui in avanti, si chiama VascoNonStop, e visto che già si comincia a parlare del tour del 2020, quando ancora questo non è giunto neanche a metà, viene da traslare un vecchio slogan, ma stavolta non uno slogan preso da una sua canzone, perfettamente applicabile al nostro: Vasco è per sempre, come i diamanti.

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Michele Monina
Michele Monina 11 Articoli
Michele Monina, nato in Ancona nel 1969, vive e lavora suo malgrado a Milano. Scrittore, critico musicale, autore, ha pubblicato nell'arco di vent'anni una settantina di libri spaziando dalla narrativa ai reportage, e dedicando una particolare attenzione alle biografie. Suoi i lavori scritti a quattro mani con Vasco Rossi, "Da rocker a rockstar" e "Vasco Mondiale al Modena Park", "Saghe Mentali", scritto con Caparezza, e la prima biografia al mondo di Lady Gaga. In ambito giornalistico si è fatto le ossa su Tutto Musica e negli ultimi anni ha scritto per il Fatto Quotidiano. Ora collabora con Rolling Stone e Linkiesta, oltre che per il suo sito Il Tasso del Miele. Autore del programma tv "Stasera niente MTV", con Ambra Angiolini, lavora anche per la radio come critico musicale di Rtl 102,5.