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L’opinione di Michele Monina

X Factor 2019, scelti i concorrenti: la differenza tra capare e capire

Capiamo le squadre, voce del verbo capare, non del verbo capire. Vedere i giudici che capavano le squadre non è stato un bello spettacolo.

x factor 2019
x factor 13: i concorrenti ufficiali

“Capiamo le squadre”. Quando ero piccolo dicevamo così. Eravamo lì al campetto di sabbia con le porte regolamentari nel quale passavamo le nostre giornate estive e buona parte dei pomeriggi invernali, pronti per una partitella tra bambini. Due, i capitani, in genere non quelli più forti ma dotati di maggiore personalità, i leader, si mettevano uno di fronte all’altro, le mani destre strette in un pugno. Bim, bum, bam, e ecco che tiravano fuori le dita, andando a comporre un numero. Pari o dispari, chi vinceva aveva diritto a scegliere il primo dei bambini per comporre la sua squadra. Poi sarebbe toccato all’altro.

Uno alla volta. Capiamo le squadre, voce del verbo capare, non del verbo capire. Capare, sbucciare, ripulire, come si fa con la frutta e le verdure.

Si toglie quello che non piace, che è poco buono, e si tiene il meglio. Ogni volta, questa la parte triste della storia, qualcuno rimaneva fuori, escluso. In genere, ovvio, erano i più brocchi, quelli che nessuno dei due capitani avrebbe appunto voluto nella propria squadra. Vita di merda, quella dei brocchi, lì appesi fino alle ultime scelte dei capitani. Appesi e poi scartati, costretti a guardare noi altri giocare.

Succede a tutti nella vita, prima o poi, i brocchi hanno semplicemente saputo questa cosa sin da piccoli. Ora. Dire che il momento in cui si capavano le squadre fosse ricoperto di una allure particolare è una cazzata. Eviterò di farlo. Chi era bravo sapeva che avrebbe giocato, come immagino chi era brocco sapeva che sarebbe stato scartato, magari all’ultimo.

Non succedeva quasi mai un errore nel capare la squadra, e parliamo di bambini, non di professionisti, e se succedeva sicuramente era un errore che si sarebbe pagato piuttosto caro. Un errore che nessuno avrebbe poi ripetuto. Quindi nessuna suspance. Un rito, si direbbe oggi. Una routine, a volerla vedere con un po’ più di cinismo.

X Factor 2019, i concorrenti: dentro i forti, fuori i deboli

Tanti saluti alla poesia. Nessun guizzo, nessuna visionarietà, nessun impeto di fantasia. Non a caso, quei pomeriggi interminabili, a volte con partite che duravano anche quattro, cinque ore, quando si è bambini sembra non si senta la stanchezza, dedicavano a questa routine poco più di un paio di minuti, il resto lo si passava a giocare, non certo a fare strategie o quant’altro. Veniamo a noi.

È andata di scena l‘ultima puntata non in diretta di X Factor.

Lo dico così, invece di usare la nomenclatura xfactoriana, Home Visit, perché credo sia fondamentale capire come l’essere andati in onda solo con episodi registrati possa in qualche modo giocare, negativamente, sui risultati fin qui ottenuti. Risultati catastrofici, con numeri che un qualsiasi influencer neanche troppo influente fa con un post in cui dice che oggi piove, per capirsi, costantemente sotto il milione di spettatori.
È andata in onda l’ultima puntata non in diretta di X Factor e finalmente, si fa per dire, sappiamo le squadre che da settimana prossima si fronteggeranno in quel di Monza.

Ora, lo so, ho messo questa faccenda di Monza lì, con malcelato sarcasmo, perché loro, i fighi di Freemantle, dopo aver cannato clamorosamente la scelta di tra giudici nuovi su tre, Samuel, Malika e Coso-lì si stanno dimostrando di una pochezza abissale, si sono pure visti sfilare da sotto il naso il Teatro Ciak dal quale andavano in onda ormai da anni, e con il Ciak anche Milano. E se lo sono visti sfilare, questo va detto, non per propria colpa, ma perché sequestrato dalla magistratura.
Risultato: ecco che il programma più cool che da sempre si svolge nella città più europea d’Italia, quella all’avanguardia che tutti ci invidiano, Milano, si trova a dover andare in scena a Monza.
Quando uno dice la sfiga.
Sto tergiversando, penserà qualcuno.
Tutto vero.
Sto tergiversando.

E lo sto facendo perché, a dirla tutta, come già era successo con le Auditions e poi con i Boot Camp, cazzo un nome in italiano neanche a pagarli, eh, la noia è stata la sola costante sensazione per tutta la serata. Esattamente come da bambino, dotato di un certo talento nel toccare il pallone coi piedi, provavo durante i due minuti in cui i capitani capavano le squadre. Ero sempre uno dei primi a essere scelto, e suppergiù sapevo chi mi avrebbe seguito in squadra e chi sarebbe rimasto fuori, perché non mi sarei dovuto annoiare?

Piccola differenza, qui parliamo di cinque, sei puntate, non di due minuti prima di giocare una partita infinita. Praticamente metà del programma.
Quest’anno c’è una novità, ci avevano tenuto a farci sapere, anche con una certa prosopopea. A accompagnare i quattro giudici nelle scelte, oltre il solito artista esterno, l’anno scorso ricordo, vado a memoria, Achille Lauro con Mara Maionchi e Alioscia dei Casino Royale con Asia Argento, poi sostituita nei live da Lodo Guenzi de Lo stato sociale, quest’anno gli un po’ meno glamour Dardust per Coso-Lì, Alex Reinemer dei Jazzanova con Malika, i Bamboo con Mara Maionchi, e ovviamente nessuno per le band di Samuel, in quanto appunto band, ma soprattutto lui: Ale Cattelan.

Home Visit, Ale Cattelan consigliere dei giudici

Una scelta, quella di usare Ale Cattelan come consigliere, che si sposa con quella di inserire il nome di Ale Cattelan tra l’elenco degli autori, soprattutto degli autori delle battute che Ale Cattelan dice in veste di conduttore. Ho detto abbastanza volte Ale Cattelan per far intendere quanto il tutto suoni un filo egoriferito? Spero di sì. Ale Cattelan, toh, meglio abbondare. Una scelta che non solo non ha comportato un miglioramento, ma solo un ulteriore piattume del menu, perché se hai una sola faccia (almeno Clint aveva quella con o senza sigaro, cazzo), finisci per indossarla sempre e alla lunga a mancare è proprio quel “WOW” che il buon Cattelan sembra inseguire sempre, come in quella roba oscena che Malika canta nella pubblicità del dentifricio.

Per altro la presenza costante di Ale Cattelan ha comportato che quest’anno ci fosse una sola location scelta per gli Home Visit, Berlino, essendo lui capace di ricoprire più ruoli, ma non di essere contemporaneamente in più posti. Berlino, si diceva. Città bellissima, ci ho passato giusto le mie ultime vacanze, ma televisivamente, converrete, quattro città o luoghi fighi sono assai meglio di uno, quando si tratta di doverli raccontare e far vedere. Lo diceva un giovane Accorsi già anni fa, parlando dei gusti dei gelati, ricorderete.

Ultima notazione su Berlino, città bellissima, giovane, musicale, ma abbiate pazienza, non è possibile che con tutto quel popò di storia musicale che ha avuto e ancora oggi ha Berlino non siate in grado di citare altri che David Bowie, Lou Reed e Iggy Pop per qualsiasi locale o angolo della città inquadrato. Da queste parti sono transitati e vivono attualmente anche altri artisti, eh, così, per dire. E se non fosse stato per Brian Eno, che nessuno si è neanche sognato di nominare, col cazzo che saremmo stati qui a parlare di Bowie, Reed, Iggy Pop o degli U2 del periodo Achtung Baby e Zooropa, tanto per allargare un po’ il giro.
Un po’ di fantasia, su, o meglio, di cultura.
Un minimo di verve l’ha portata l’ospite esterna, almeno lei famosa, LP, ma nell’insieme è come aver tolto il sale a un piatto già scialbo di suo.

X Factor 2019, i concorrenti: scelte azzeccate?

Le scelte, si chiederà qualcuno, almeno quelle sono state interessanti? Almeno quelle saranno state azzeccate? Ora, torno a quando ero bambino. Toh, diciamo pure ragazzino, perché sto parlando non di quando avevo sei, setta anni, ma in quell’epoca che va di scena tra la fine delle elementari e l’inizio delle medie, quando si è un po’ più autonomi di come si è mai immaginato fino a quel momento ma non abbastanza per lasciare il proprio quartiere, e del resto frequentando le scuole del quartiere e avendo quindi prevalentemente amici di quelle zone, senza neanche la necessità di lasciarlo, il quartiere.

Quando ero ragazzino si passava i pomeriggi a giocare a calcio, l’ho già raccontato. E si giocava a calcio capando le squadre, cioè potendo scegliere tra una rosa piuttosto ampia, all’epoca figli se ne facevano ancora e eravamo sempre di più di quanti saremmo dovuti essere in campo. Succedeva, molto raramente, a dire il vero, che per un qualche motivo esterno in qualche pomeriggio estivo al campetto non fossimo in tanti. Anzi, fossimo giusto quelli che servivano per fare una partita. In quel caso il compito dei capitani era sempre quello di fare la squadra migliore, ma senza la necessità di escludere nessuno. Chiaramente, scelti per primi i più forti, via via si sceglievano tutti gli altri, e anche per i brocchi, sempre che i brocchi fossero presenti, arrivava l’agognato momento di giocare. In quei pomeriggi, in genere, le partite duravano meno del solito, perché chi era bravo presto si stancava di giocare coi brocchi. Anche questa è una lezione di vita che il calcio ci ha donato sin da piccoli. Le favole non esistono, ma se mai dovessero esistere durano comunque pochissimo.

Ecco, ieri è andata di scena un sabato pomeriggio estivo al campo della Lunetta di Ancona, oggi adibito a parcheggio, come se vivessimo in un copione di un vecchio film di Nanni Moretti. Al campetto si sono presentati quasi tutti brocchi, e quindi in campo sono scesi e scenderanno per le prossime puntate quasi tutti brocchi. Chiaro, essendo solo tre i posti destinati ai concorrenti, una parte dei brocchi sono comunque tornati a casa, ma quelli che sono entrati non è che siano campioni di razza, per dirla col poeta “solo nani più alti degli altri nani”.

Stavolta, manco avessero letto il mio pezzo di settimana scorsa, e non possono averlo fatto perché stiamo parlando di puntate registrate nei mesi scorsi, non ci sono stati clamorosi colpi di scena, perché diciamocelo, l’eliminazione del tipo di Carote era chiara, un po’ perché uno così al terzo passaggio televisivo non solo ha detto due volte di troppo quel che ha da dire, ma anche perché l’averlo visto nei giorni scorsi ospite di programmi televisivi e averlo letto in interviste rilasciate anche alla mailing list del noleggio auto dell’azienda di vostra moglie era un chiaro segno del suo essere stato fatto fuori dai giochi. Tutto è bene quel che finisce bene, verremo al tuo “metaforico” funerale brandendo carote. E almeno stavolta Malika non verrà bullizzata da minus habens che usano i social come clave.

“Capiamo le squadre”

Preso quindi atto che i tre nomi che se la giocheranno meglio dovrebbero essere Kimono, la piccola ragazzina marchigiana dalla voce sorprendentemente empatica e il look da brutto anatroccolo, Comete, il cantautore indie che arriva a indie ormai morto, ma tanto questa è televisione, se va di moda Strage Things potrà anche essere ancora di moda l’indie, no?, e le Booda, band che probabilmente potrebbe ambire a una carriera anche fuori dal circo televisivo in questione, possiamo tranquillamente dire che vedere i giudici che capavano le squadre non è stato un bello spettacolo.

Loro le hanno capate, noi non le abbiamo capite. E continuiamo a non capire neanche come abbiano capato loro.
I giudici, infatti, anche a Berlino, restano cloni degli zombie ammazzati a colpi di Lucille da Negan, con la sola eccezione di Mara Maionchi, ma questo pure già si sapeva, ancora prima di capare le squadre.
Unica fonte di divertimento, almeno questo, la presenza nello schermo di un Fabrizio Ferraguzzo, direttore artistico del programma, in grande spolvero, a metà strada tra uno dei protagonisti di Romanzo Criminale e un ipotetico coinquilino di Achille Lauro e Boss Doms. Ecco, a fianco delle sorelle Napoli e di Diaco ci vedremmo anche lui, come giudice. Prendete nota, amici di Sky.

Torniamo a XF13. Resta l’incognita audience. Nel senso, in questo piattume imperante un solo flebile dubbio ci tiene in vita: ma se gli ascolti continueranno a calare, Sky farà finta di niente e continuerà a mandare avanti lo show o, tv con ambizioni giustamente generaliste, procederà alla chiusura del tutto? Così, da un giorno all’altro, senza manco preavviso.
Dati di ascolto ancora una volta catastrofici? Vaffanculo, chiudete e andate a cercarvi un lavoro vero. Quella sì che sarebbe una botta di adrenalina in mezzo a una perenne crisi di narcolessia. Quella sì, caro Samuel, che sarebbe avanguardia.

Michele Monina, nato in Ancona nel 1969, vive e lavora suo malgrado a Milano. Scrittore, critico musicale, autore, ha pubblicato nell'arco di vent'anni una settantina di libri spaziando dalla narrativa ai reportage, e dedicando una particolare attenzione alle biografie. Suoi i lavori scritti a quattro mani con Vasco Rossi, "Da rocker a rockstar" e "Vasco Mondiale al Modena Park", "Saghe Mentali", scritto con Caparezza, e la prima biografia al mondo di Lady Gaga. In ambito giornalistico si è fatto le ossa su Tutto Musica e negli ultimi anni ha scritto per il Fatto Quotidiano. Ora collabora con Rolling Stone e Linkiesta, oltre che per il suo sito Il Tasso del Miele. Autore del programma tv "Stasera niente MTV", con Ambra Angiolini, lavora anche per la radio come critico musicale di Rtl 102,5.


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Michele Monina, nato in Ancona nel 1969, vive e lavora suo malgrado a Milano. Scrittore, critico musicale, autore, ha pubblicato nell'arco di vent'anni una settantina di libri spaziando dalla narrativa ai reportage, e dedicando una particolare attenzione alle biografie. Suoi i lavori scritti a quattro mani con Vasco Rossi, "Da rocker a rockstar" e "Vasco Mondiale al Modena Park", "Saghe Mentali", scritto con Caparezza, e la prima biografia al mondo di Lady Gaga. In ambito giornalistico si è fatto le ossa su Tutto Musica e negli ultimi anni ha scritto per il Fatto Quotidiano. Ora collabora con Rolling Stone e Linkiesta, oltre che per il suo sito Il Tasso del Miele. Autore del programma tv "Stasera niente MTV", con Ambra Angiolini, lavora anche per la radio come critico musicale di Rtl 102,5.

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