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L’opinione di Giulio Cavalli

Sanremo è e deve essere come tutti gli altri spettacoli, anche se muove milioni

Sfugge il senso di occuparsi con urgenza dei diritti “milionari” come se avessero più peso degli altri.

amadeus sanremo 2021

Strano Paese il nostro, sempre attaccato ai suoi feticci culturali che vengono scambiati come paradigmi di “tutta la cultura”, ancorato ai simboli come occasione di deresponsabilizzazione generale e sempre in cerca delle parole chiave per riuscire a innescare un dibattito che funzioni e che trascini.

Un bel pezzo di Paese, com’era facilmente prevedibile, si era incagliato sul Festival di Sanremo e sulla presenza o meno del pubblico in sala (fino alla decisione della Rai), sulle bizze miopi del direttore artistico Amadeus (sovranista della piccola patria tra le mura dell’Ariston) e sul maldestro tentativo di elevare la discussione sul festival canoro a manifesto per tutto lo spettacolo dal vivo.

Ci dicono, in sostanza, che fare il festival con la presenza di pubblico sarebbe stato un segno di speranza per l’intero settore dello spettacolo dal vivo (che si sta sbriciolando sotto gli effetti della pandemia, tra poco ci arriviamo): Sanremo dovrebbe essere la preghiera laica a cui accodarsi per sperare che “andrà tutto bene”, come se un singolo evento possa essere elevato a messa augurale per tutto il settore.

Così per giorni si è discusso di un teatro vuoto mentre i teatri sono chiusi, si discute di qualche decina di canzoni mentre migliaia di strumenti e voci tacciono da mesi, ci si preoccupa dei mancati rinfreschi mentre, solo nel settore musicale, 250mila persone non possono lavorare a causa delle misure di contenimento del contagio.

Allora vale la pena allargare il campo per rendersi conto delle proporzioni, per riportare la polemica su Sanremo al piccolo recinto localistico che è davvero: Assomusica segala la perdita, per il solo periodo che va da febbraio a settembre 2020, di 1 miliardo e 500 milioni di euro sull’indotto dell’intera filiera collegata agli spettacoli dal vivo.

Si parla di circa 4000 concerti sospesi, 16 grandi festival musicali rimandati e una contrazione per il solo settore musicale di 650 milioni di euro. I cali di fatturato si attestano intorno al 97% solo a fine estate dell’anno scorso.

Non va meglio per i cinema e per i teatri: in base ai dati dell’Osservatorio di Impresa Cultura Italia-Confcommercio, realizzato in collaborazione con Swg si registra infatti un crollo degli spettatori di circa il 90% per cinema, concerti, teatro e forti riduzioni di spesa, con punte di oltre il 70%, da parte dei consumatori tra dicembre 2019 e settembre 2020. Il cinema ha perso l’84% dei suoi spettatori passando dal 38% del totale al 6% di settembre, -90% il teatro, sceso dal 10% di dicembre 2019 all’1% di settembre 2020. Per entrambi questi ultimi due settori i dati di dicembre 2020 risultavano poi «non rilevati».

I consumi musicali sono invece calati del 21%, passando dal 14 al 6% della platea totale, mentre i concerti dal vivo sono quasi spariti (-89%, passando da una quota del 6 ad appena l’1 per cento). Più in generale gli spettacoli all’aperto nel corso dell’anno passato hanno perso il 60% del loro pubblico, mostre e musei il 60%, i festival culturali addirittura l’86%. E attenzione a cadere nell’errore di crede che si tratti di settori ristretti: in un reparto commissionato dall’Unione Europea si legge che il settore artistico d’Europa nel 2019 era in rapida espansione e procurava stipendi a circa 7,6 milioni di persone: sono già del doppio degli occupati nel mondo delle telecomunicazioni e nell’industria automobilista messe insieme, tanto per rendere l’idea.

Ci sono stati i ristori, è vero, ma la situazione contrattualistica italiana nel settore è a dir poco confusa, a differenza di molti altri Paesi europei, e se è vero che il ministero dichiara di avere sostenuto 70 mila lavoratori dello spettacolo i dati dell’Inps ci dicono che ci sono in Italia almeno 327.000 professionisti che non hanno nessun inquadramento riconosciuto e sono rimasti senza nessun aiuto. Restando in ambito musicale il 25% dei professionisti del settore della musica live ha abbandonato definitivamente questo lavoro. E non si tratta solo di persone in difficoltà che devono reinventarsi per sopravvivere ma c’è di mezzo anche la perdita di un bagaglio di professionalità e di sensibilità artistica che non sarà facile ricostruire.

Basterebbe tenere a mente qualcuno di questi numeri per affrontare la “questione Sanremo” con un realismo e una responsabilità che rispetti tutti i lavoratori. “L’Ariston è un teatro e come tutti gli altri è sottoposto alle limitazioni imposte dalla pandemia. Viviamo un periodo difficile e nessuno deve essere messo a rischio: le regole devono essere uguali per tutti, non servono certo forzature”, ha detto il presidente della Siae Mogol e perfino una banalità del genere in queste ore risuona come un’illuminazione.

Infine c’è una questione di uguaglianza: dicono gli strenui difensori di Sanremo che il Festival “muova milioni” e quindi andrebbe preservato. Sfugge il senso di occuparsi con urgenza dei diritti “milionari” come se avessero più peso degli altri, tentando di svicolarsi dalle regole che dovrebbero valere per tutti. Oppure è sempre quella vecchia storia del tutti sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri. E infatti si sta discutendo della presenza o meno del pubblico in un settore in cui sono bloccati normalmente perfino gli interpreti. Come discutere dell’antipasto di una sera a cena mentre tutti gli altri ristoranti devono restare chiusi.

Scrittore e giornalista.


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