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L’inflazione rischia di compromettere irrevocabilmente la crescita dei risparmi

L'inflazione in Italia a marzo è balzata al 6,7% ed è stimata al momento consolidarsi nel 2022 intorno al 6%. È il dato più alto dal 1991.

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Lo scorso anno si pensava che il rialzo del tasso di variazione annua del livello dei prezzi potesse essere momentaneo, passeggero. Ora nessuno caldeggia più questa ipotesi. Le catene delle forniture sono ancora interrotte mentre le pressioni sui prezzi dell’energia resteranno rilevanti; e la pace tra Russia e Ucraina, se arriverà, non porterà alla normalizzazione nè tantomeno la fine della pandemia.

Risultato: l’inflazione in Italia a marzo è balzata al 6,7% ed è stimata al momento consolidarsi nel 2022 intorno al 6%. È il dato più alto dal 1991. Ed è un’inflazione da costi, la forma più rischiosa perchè rende ancora più complicati i rimedi. L’inflazione riduce il potere d’acquisto: nuoce ai lavoratori a reddito fisso e ai risparmiatori. È un valore che se non stimato correttamente finirà per compromettere irrevocabilmente la crescita dei risparmi degli italiani.

L’immobilismo finanziario, il procastinare le scelte di investimento in attesa ‘del sereno’ si paga costosamente.

Secondo la Banca d’Italia, sui conti correnti italiani sono depositati 1.854 miliardi di euro. Che con un tasso d’inflazione pari al 6% annuo, rischiano di generare una perdita di oltre 111 miliardi l’anno. Purtroppo i risparmi degli italiani sono poco investiti in quei settori che già in tempi passati, hanno genereto le crescite economiche più efficaci.

Quei 1.854 mld di euro parcheggiati sui conti correnti rappresentano una quota di quasi il 40% dei nostri risparmi. Negli Usa la quota ‘cash’ si assesta intorno al 12%.

Andando più a fondo scopriamo che la ‘polverizzazione’ del risparmio in Italia diventa più vasta se si considera che una buona tranche di quei 1.100 mld in giacenza presso le banche e investiti in risparmio amministrato e gestito improbabilmente riuscirà a difendersi dall’erosione dell’inflazione.

I rendimenti dei BTP decennali per esempio non superano il 2%, quanto al gestito, se consideriamo che la componente azionaria non supera il 30%, le possibilità di realizzare performance positive per molti investitori sono minime.

Le obbligazioni perdono il 6,6% da inizio anno e lo scenario non sembra roseo in vista del rialzo dei tassi delle banche centrali. La storia ci ricorda che gli stati sovrani, per consentire al sistema di uscire da debito pubblico o privato elevato, applicano politiche di regolamentazione per ottenere che i tassi di interesse sul debito pubblico vengano contenuti al di sotto del tasso di inflazione . Questo comporta che chi investe in obbligazioni in un contesto di repressione finanziaria riceve un rendimento non in linea con l’inflazione e quindi un rendimento reale negativo.

Non è quindi un caso che negli Stati Uniti la crescita dei risparmi negli ultimi 36 mesi si è assestata intorno ai 25mila mld di dollari, di cui 12mila da interessi maturati sugli investimenti. Il calo dei tassi di interesse da tempo ha spinto molti risparmiatori americani a rinunciare alla sicurezza e riversare i propri risparmi in azioni.

Del resto i rendimenti sicuri dei conti di risparmio sembrano meno appetibili quando le attività volatili decollano. L’azionario nel frattempo è aumentato da quando si è toccato il fondo tre anni fa e il rally del secolo ha dato agli americani la fiducia nel mercato a lungo termine. Quasi il 50% della popolazione USA ritiene che il mercato azionario sia stata la scelta migliore per gli investimenti a lungo termine , rispetto al 30% di tre anni fa.

Nel nostro Paese invece, i risparmi sono cresciuti di 200 mld circa e solo 15 mld provengono dagli interessi. I numeri parlano chiaro: nell’ambito di un portafoglio adeguatamente diversificato l’azionario deve trovare il suo spazio. Perché, fra tutte le asset class, è quella che può portare più rendimento. Negli investimenti azionari, l’orizzonte conta tantissimo. La volatilità, cioè il rischio, delle azioni è un aspetto assolutamente fisiologico e può essere visto come “il prezzo da pagare” per avere un rendimento maggiore nel lungo periodo.

Chi avesse diversificato durante la crisi del 2008 oggi avrebbe 3 volte il suo investimento; chi lo avesse fatto dopo le Torri Gemelle avrebbe raddoppiato in 7 anni; chi lo avesse fatto nel 1987 avrebbe realizzato quasi 6 volte di più nei 14 anni successivi. Tra qualche anno sapremo quanto avrebbe maturato un investimento sottoscritto oggi. Ma in quanti lo leggeranno nei saldi dei loro depositi?

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