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L’opinione di Giulio Cavalli

Lo sciopero è ancora un diritto, anche alle soglie del 2022

Il lavoro di demolizione del diritto dello sciopero è solo l’ennesimo ingrediente di una pozione insidiosa che comprende la povertà dipinta come colpa, la disoccupazione intesa come fallimento, la scarsità dei salari come caratteristica della competitività e la pace sociale come resa di una delle parti.

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Pensa un po’, ora perfino i diritti sono diventati “irresponsabili”. Com’era immaginabile lo sciopero proclamato dai sindacati viene vissuto con atteggiamento passivo aggressivo dalla compagine draghiana, il reato di lesa maestà questa volta si consuma su piazza e per la prima volta da quando si è insediato il “taumaturgo” il governo e i partiti si rendono conto della funzione dei sindacati, del diritto al dissenso e dell’inevitabile fallibilità di alcune loro proposte.

Che il governo dei migliori avrebbe innescato un pericoloso percorso di normalizzazione e di uniformità obbligata era evidente fin dall’osservazione della sua composizione: un’unità nazionale di fatto (Fratelli d’Italia rimane all’opposizione ma è una costola della maggioranza di centro destra e quindi fa poco più di qualche comunicato stizzito per segnare il territorio) cela l’insidia di un assopimento del contraddittorio ma il Paese reale, qui fuori, continua ad avere esigenze diverse perché disuguali sono le condizioni e gli interventi annunciati.

Non se ne fanno una ragione, i partiti, che la funzione dei sindacati non sia quella di spalleggiare la loro azione.

Il livello di inadeguatezza alla gestione del dissenso è evidente scorrendo le reazioni: c’è chi dice che uno sciopero a dicembre rischia di rovinare il morbido clima natalizio, chi la butta sulla pandemia che dovrebbe vederci tutti accontentati del solo fatto di essere ancora vivi, chi invoca un senso di responsabilità e di unità (solo perché non ha il coraggio rivendicare il dovere di essere sempre d’accordo con il potere), chi si cava gli occhi perché oddio lo sciopero potrebbe scalfire la ripresa (senza rendersi conto che il tema dello sciopero è proprio sulla distribuzione della ripresa) e chi come l’insuperabile direttore de Il Foglio Claudio Cerasa si lamenta che i ragazzi perderanno ulteriori giorni di scuola per quegli sporchi brutti e cattivi dei sindacati.

La vacuità delle reazioni ci dice fortissimamente quanto sia sempre in voga la delegittimazione delle rivendicazioni sindacali e quanto alcuni sognino la “fine della lotta di classe” mica come il risultato di un percorso di concertazione ma come supina acquiescenza dei poveri che devono rimanere poveri senza rompere troppo i coglioni.

La politica e la rivendicazione dei diritti sono da sempre una gestione di conflitti previsti dalla Costituzione e regolati dalle leggi.

Chi ha pensato che l’avvento di una figura taumaturgica come Draghi (che ha goduto di un favore di stampa enorme in questi primi mesi alla presidenza del Consiglio) potesse sopire qualsiasi organizzazione del dissenso ha un’interpretazione della politica miope e pericolosa. Il lavoro di demolizione dei sindacati e del diritto dello sciopero è solo l’ennesimo ingrediente di una pozione insidiosa che comprende la povertà dipinta come colpa, la disoccupazione intesa come fallimento, la scarsità dei salari come ineluttabile caratteristica della competitività e la pace sociale come resa di una delle parti.

In questo livellamento conservatore spicca in positivo Francesco Boccia, responsabile degli Enti locali del PD, che ragionevolmente fa notare che «la politica non dovrebbe chiedersi perché due sindacati scioperano ma cosa possiamo ancora fare tutti insieme. Bisogna riannodare il filo del dialogo». Combattere lo sciopero senza rispondere nel merito alle sue motivazioni e senza cercare di evitarlo non è un atteggiamento da “responsabili” che vogliono apparire “superiori” ma è una debolezza politica di chi crede che il ruolo di governo si riduca a quello di un consiglio di amministrazione. Definire “eversivo” uno sciopero significa, nei fatti, contribuire a un grave arretramento della democrazia di un Paese e significa confessare un’inadeguatezza che non ha niente a che vedere con l’etichetta dei “migliori”.

Il dato più inquietante è proprio questa guerra tra galli dove scompaiono i veri temi. Alla gente non interessa se sia più scollata dalla realtà la politica o il mondo sindacale (e forse potrebbero essere vere entrambe le ipotesi), interessa sapere come verranno distribuiti i soldi e perché in questi anni sono stati dati quasi 180 miliardi alle imprese con ben poca ricaduta sui lavoratori. Di questo si dovrebbe scrivere e parlare. Il presunto reato di sciopero, invece, è una fisima antica ben più eversiva dello sciopero stesso.

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