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L'utopia di bellezza di Paolo V. Montanari
Cronaca

L'utopia di bellezza di Paolo V. Montanari

Intervista ad Paolo Montanari: esiste una specificità gay nella musica?

Komos con Tiziana Tramonti

Paolo V. Montanari, musicista e regista teatrale, è il direttore di Komos, l’unico coro maschile omosessuale italiano con sede a Bologna. Si tratta di un gruppo tanto impegnato nella musica quanto osteggiato dalle gerarchie cattoliche fino a diventare un caso nazionale quando la curia di Pesaro ha annullato un loro concerto nella Chiesa dell’Annunziata.

“In realtà – dichiara Montanari – siamo diventati “famosi” un anno fa, con l’analogo “gran rifiuto” di Bologna. Le prove del coro si tenevano presso la parrocchia di San Bartolomeo della Beverara, ma dopo che la notizia è trapelata, il vescovo Caffarra ha imposto al parroco di allontanarci. Questa popolarità non ci tocca in modo particolare perché non ci fa cantare né meglio né peggio. Però, scuotere l’opinione pubblica rientra nei nostri obiettivi, quindi immagino che dovremmo essere grati alla chiesa cattolica che non fa nulla per dissimulare la propria intolleranza, perfino verso chi “si limita” a cantare musica di Mendelssohn o Monteverdi”.

Che significa fare parte di un coro gay?

L’unica differenza tra il Komos e gli altri cori (la cui popolazione è quasi sempre in maggioranza gay) è che noi non siamo semplicemente gay come singoli individui, ma abbiamo la volontà di rappresentare la comunità omosessuale.

In ogni caso, far parte di un coro gay significa esporsi.

A suo parere, esiste un legame tra omosessualità e canto?

Per quanto mi riguarda, penso che ogni comunità abituata a non potersi esprimere nella società porti le sue energie creative nel campo artistico. E il canto è quanto di più vicino al cuore ci sia, anche fisicamente. Così è stato per gli ebrei della diaspora e per gli schiavi africani deportati in America. Tra tutte le arti credo poi che il teatro, in particolare il teatro d’opera, sia molto adatto a coloro che sono abituati ad “osservare da fuori” la cosiddetta vita “normale”. E’ una maniera per riflettere sulla società, ricreandola, imitandola, amplificandola, deformandola.

Quanta incidenza ha il pubblico omosessuale sul successo del teatro d’opera?


Può anche darsi che i maschi eterosessuali abbiano una sensibilità, ma purtroppo la società li reprime, specialmente oggi che il concetto di mascolinità, incalzato dalla liberazione delle donne e dalla fuoriuscita dalle tenebre della comunità gay, si è molto compresso su pochi stereotipi. Fatto sta che non sono tanti gli eterosessuali oggi che decidono di studiare canto o danza e meno ancora quelli che “hanno il coraggio” di mettere piede in un teatro d’opera. Quindi, sì, il futuro dei teatri d’opera è unicamente affidato ai giovani omosessuali, che hanno meno pregiudizi nei confronti di una musica ostracizzata dall’industria discografica e che probabilmente sono più attrezzati sentimentalmente ad entrare in sintonia con le emozioni fortissime che dà il teatro musicale.

Ha mai trovato in alcune opere alcuni elementi legati al mondo LGBT?

Le opere liriche di repertorio sono piene di riferimenti “sotterranei” all’omosessualità. Nel Don Carlo di Verdi, ad esempio, penso che Rodrigo ami profondamente Don Carlo ma non abbia nessuna intenzione di farci sesso. Sono amici. Probabilmente Rodrigo fa sesso con qualche altro maschietto, qualche valletto della corte, ma questo non è particolarmente rilevante per la trama, quindi come regista non credo riterrei interessante mostrarlo. Stessa cosa si può dire ad esempio per il Don Alfonso del Così fan tutte di Mozart che ricerca la compagnia di due soldatini eterosessuali, Guglielmo e Ferrando – non particolarmente brillanti – perché ne è attratto fisicamente. Anziché farli sbronzare e portarseli a letto, preferisce farli diventare “suoi schiavi” per un giorno e mostrare loro qualcosa di reale della vita, abbattendo il mondo fatato di frivole mitologie (in questo caso la “fedeltà coniugale”) in cui spesso gli eterosessuali vengono costretti dalla società. Anche questo è difficile da mostrare in scena. Come regista, penso che l’interpretazione non sia un compito del regista, ma spetti alla sensibilità dello spettatore, che può vedere le cose in maniera differente, ed è bene che abbia la possibilità di farlo.

Esistono opere di argomento specificatamente gay?

Sì, ad esempio Billy Budd o Death in Venice di Britten. Ma agli omosessuali non interessano tanto i rapporti omosessuali né le questioni relative al travestitismo nell’opera quanto l’espressione diretta dei sentimenti. La cosiddetta “melochecca” è perfettamente in grado di identificarsi con Cio-Cio-San come con Don Giovanni. Quello che affascina il gay (come anche l’eterosessuale che ama l’opera) è vedere qualcuno che ha il coraggio di esprimere la propria anima in una maniera così estrema e travolgente.

Come si traduce l’esperienza di KOMOS in un’attività che incide sull’immaginario culturale LGBT?

Penso che, oltre alla funzione rappresentativa nei confronti della società “normale” , KOMOS ne svolga una altrettanto importante per la comunità gay. Ci sono centinaia di gay lagnosi in questo paese che dicono che tra i gay non esistono amicizie vere, non esiste impegno, che sono tutti superficiali. Siamo un gruppo di persone dai 22 ai 60 anni, ci divertiamo facendo una cosa seria e decisamente impegnativa, ci vogliamo bene, ci aiutiamo nelle difficoltà. Vogliamo proporre un modo di essere comunità gay un po’ diverso dal consueto, lontano dal divertimento di una sera, dalle rivendicazioni politiche, ma fondato su un elemento positivo, creativo – la musica – che in un certo modo ci trascende e ci mostra un’utopia di bellezza ed armonia sociale.
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Luigia Bencivenga


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