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Manicomio Maddalena di Aversa: storia della “Reale Casa de’ matti”

Il Manicomio Maddalena di Aversa è abbandonato da 20 anni. La sua storia racconta le condizioni degli internati psichiatrici.

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Quello di Aversa è il più antico manicomio di epoca moderna, nonché uno dei primi in Italia. Situato nella provincia di Caserta, la struttura ha cambiato più volte nomi, a simboleggiare il mutamento storico-sociale nell’approccio psichiatrico: Pazzeria degli incurabili, Reale Casa de’ matti, Reale manicomio della Maddalena, Real Ospedale Psichiatrico di Aversa, fino ad arrivare a Ospedale psichiatrico S.

Maria Maddalena. Oggi resta abbandonato.

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Le origini

La struttura originaria sorge sulla base dell’antico convento della Maddalena dei Frati minori osservanti, datato al 1269 e adibito in passato anche alla cura dei lebbrosi; il chiostro risale al 1340 e la Chiesa ospitò fino al XIX secolo un ordine francescano.

Il nucleo originario ha poi permesso la creazione di una edificio di ben centosettantamila metri quadrati totali.

Già dal 1519 le persone venivano ricoverate in una sezione dedicata ai malati di mente nell’ospedale degli Incurabili di Napoli, detta “Pazzeria”. Con la nascita del Regno di Napoli ci si rese conto dell’inadeguatezza della struttura e della necessità di rielaborare il regime sanitario dei manicomi.

Le “Reali Case de’ Matti” furono stabilite ad Aversa poiché rispondeva ai principali requisiti sanitari dell’epoca, ovvero un luogo esterno al perimetro urbano ma ben collegato alla città secondo il Regio Decreto del re Gioacchino Murat nel 1813.

Inoltre con la riforma del 1809 furono confiscati un centinaio di monasteri destinandoli a uso civile, tra cui il convento della Maddalena che divenne sede del manicomio.

Per mancanza di spazio, alle donne alienate fu assegnato un altro edificio, quello che era il convento dei Cappuccini al Monte; nel 1821 il Manicomio ottenne un altro spazio, il convento degli ex-Virginiani. Napoli e Aversa restarono per lungo tempo le uniche sedi di “ricovero per i malati di mente”.

Il Manicomio si distinse sin da subito per il ‘trattamento morale‘ con cui si approcciava alla cura dei pazienti: anziché puntare alla repressione e alla segregazione (salassi, purghe, punizioni), si organizzò una vita quasi monastica in cui si offrivano anche attività di svago come musica e teatro. Si iniziò a pensare ai malati non come dei pazzi, ma come persone affette da una patologia da curare tramite “disciplina, cura e occupazione“. Il merito di questo approccio si deve all’abate Giovanni Maria Linguiti, un teologo che condusse uno studio sulla pazzia e si adoperò per migliorare la condizione degli internati.

Dal 1831, sotto la la guida di Giuseppe Simoneschi, la struttura fu riorganizzata per delineare una separazione dei pazienti in base al sesso e alle patologie mentali per ovviare ai problemi di spazio e alle ristrettezze economiche. Furono anche introdotte sezioni pedagogiche, una scuola religiosa e aree per le attività industriali, artigianali e per il lavoro agricolo. Tuttavia il teatro fu eliminato per fare spazio a una sala di accolta degli infermi: si tornò all’idea di manicomio come struttura di contenzione e internamento, senza più valorizzarne l’aspetto riabilitativo.

Un periodo miglio si ebbe con il nuovo direttore Biagio Gioacchino Miraglia: egli abolì subito i mezzi di coercizione e propose una divisione in otto distinti “quartieri”, uno per ciascuna delle classi di disturbi psichiatrici, separando lo stabilimento delle donne da quello degli uomini.

Infine, Gaspare Virgilio riuscì a istituire nel 1876 una sezione per criminali maniaci nelle carceri di S. Francesco da Paola, ad Aversa: questo divenne pochi mesi dopo il primo manicomio criminale italiano. Egli riorganizzò la struttura del convento della Maddalena in “padiglioni”, in cui dividere le nuove nomenclature della follia umana.

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La storia moderna

Nel 1904 fu approvata la legge sui manicomi, accentuandone la caratteristica custodialistica: gli psichiatri ebbero il potere di scegliere quando ammettere e dimettere il malato di mente. La struttura divenne uno strumento per il controllo sociale e per la repressione di ogni tipo di devianza. Ad Aversa furono denunciate molte disfunzioni, tra cui una scarsa qualità del cibo e pessime condizioni igieniche.

Durante la Seconda Guerra Mondiale l’ospedale psichiatrico fu adibito a Centro raccolta profughi; con l’avvento della Repubblica Italiana, il Reale Manicomio cambiò nome in “Ospedale Psichiatrico Santa Maria Maddalena”. Dagli anni ’50 la Maddalena divenne un luogo di sperimentazione dei nuovi psicofarmaci sugli internati, nient’altro che cavie su cui studiarne gli effetti.

Gli anni Settanta portarono nuove idee progressiste sulla malattia mentale. Nel 1978 ci fu una riforma del Servizio Sanitario Nazionale, ma fu la Legge Basaglia a cambiare tutto: abrogò la precedente legge del 1904 e furono gettate le basi culturali e scientifiche verso il processo di chiusura dei manicomi. Iniziò così un lento declino fino alla definitiva chiusura nel 1999.

Ora

La struttura è accessibile. Il cancello principale è spesso lasciato aperto per i servizi dell’ASL, mentre resta ben chiuso l’ingresso della Chiesa, purtroppo vandalizzata insieme al chiostro.

Si può facilmente entrare nel manicomio che, lasciato all’incuria del tempo, restituisce un’atmosfera da brivido: corridoi pericolanti, pillole e scarpe abbandonate, segni di qualche recente occupazione abusiva. Alcune aree rimangono inaccessibili o murate, ma un’esplorazione con l’urbex farebbe di sicuro emergere angoli inesplorati.

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