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L’opinione di Collettivo Madeo Turabe

Maturità senza rotelle

Un padre di famiglia decide di seguire il figlio per strada mentre si incammina verso il tanto temuto esame di Maturità. Un imprevisto inatteso gli servirà per sviluppare nuovi, importanti spunti di riflessione sul loro rapporto.

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Lo seguo, che non si sa mai. Senza farmi scoprire, così lo lascio tranquillo. Se mi vede s’infuria e penserà che sto facendo una cosa assurda. Un po’ lo è, non potrei dargli torto. Non guida la logica, ma la paura.

La mia. Eppure oggi quello titolato a tremare sarebbe lui. Sta per affrontare una giornata che ricorderà per sempre. Un momento di passaggio, un confine tra un prima e un dopo. Quando in cucina mi saluta bofonchiando “ciao, vado”, gli rispondo “stai tranquillo e chiama appena puoi”. La porta di casa si chiude, il mio
stomaco anche. Lascio il biscotto, faccio passare qualche minuto e scendo a prendere il motorino.

Lui è andato con la Cinquecento. Lo abbiamo convinto che il giorno della maturità è meglio essere prudenti.

Così eccomi nel traffico, che per una volta benedico. Nasconde me, rallenta lui. Mi tengo abbastanza vicino da non perderlo, ma non così tanto da essere visto. Guido con gli occhi fissi su quel puntino rosso come se fosse il dischetto del calcio di rigore di una finale mondiale. Come andrà a finire? Lui è il mio campione: fragile e spavaldo.

Nessuno lo conosce come me, nessuno lo ama come lo amo io, nessun mi fa arrabbiare come lui. È in macchina che guida. Mi viene in mente la sua prima volta sulla bici senza rotelle. Io dietro pronto a prenderlo al volo. Diciotto anni dopo sono ancora qui. Non sa che lo seguo trattenendo il respiro, come fosse Baggio a Pasadena mentre prende la rincorsa prima di calciare. “Però stavolta fa che entri”, prego.

Ci siamo, svolta e parcheggia.

È arrivato. Tutto bene. Mi fermo 100 metri prima e lo guardo infilarsi nel portone della scuola. Sono stanco come l’avessi seguito a piedi. Non faccio in tempo a chiedere un caffè al bar di fronte che squilla il cellulare. È lui. Penso al peggio: crisi di panico, ha avuto un malore, momento di follia improvvisa. Con lui può essere tutto. “Che succede”, rispondo. “Papà, ho dimenticato la calcolatrice a casa. Senza non posso fare il compito”. Ho una vertigine. Respiro. “Vabbè stai calmo, te la porto subito”. Attacco e mentre infilo il cellulare nella tasca della giacca penso che non farò mai in tempo ad andare a casa e tornare prima che la prova di matematica inizi. Ma perché minchia l’ho seguito? Disperato, chiedo al barista se per caso abbia una calcolatrice da prestarmi. Dal suo sguardo capisco che è come chiedere un gin tonic al cancelliere del tribunale. Pago il caffè ed esco. Fuori c’è un’edicola. Domando ancora e di nuovo mi prendono per pazzo. Entro in una cartoleria.

Ultima chance. “Avete una calcolatrice?”, “no. Non le vendiamo”. Mi sento perso. “La vostra, datemi la vostra”. Concitato balbetto: “figlio, maturità, matematica, vi do 100 euro!”. Niente da fare. La cassiera s’intenerisce. Il proprietario no. Ne fa una questione di principio, io di sopravvivenza. Sudo. Esco fuori e guardo l’orologio. Se mia moglie mi aspetta giù con la calcolatrice in mano, forse ce la faccio. La chiamo, lei dice “scendo”, io decollo. Non esistono rossi, sensi unici, pedoni. Il mio cervello processa a ripetizione solo un pensiero: recuperare calcolatrice, recuperare calcolatrice. La strappo dalle mani di mia moglie senza fermarmi. Sembriamo una staffetta olimpica, finalmente sincronizzatissimi. La infilo nella giacca e corro, corro e corro. Ho il cuore a mille e la bocca asciutta. Mi rendo conto che per lui farei il giro del mondo. Questo però è l’ultimo pensiero. Un’immagine prende il sopravvento su tutto: una bici senza rotelle, io dietro e lui che non cade. All’improvviso so che arriverò in tempo.

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