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L’opinione di Giampiero Casoni

Medole, quel sindaco che vietando Bella Ciao per evitare di dividere ha diviso tantissimo

Se per evitare un rigagnolo scavalcabile con un po’ di buon senso spiccio tu metti fra te e la tua comunità un oceano, allora accade che le divisioni che volevi evitare le hai fatte figliare e diventare titane, perciò hai fallito.

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Ci sono decine di ragioni tonde ed empiriche che suggeriscono come il sindaco di Medole Mauro Morandi abbia fatto malissimo a vietare che una scuola intoni “Bella Ciao” nel celebrare il 25 aprile. Ce ne sono così tante che la prima di esse la mettiamo da parte: è quella per cui lui ha giurato su una Costituzione ispirata dalla Resistenza e per la quale sempre lui su quell’endiade poggia la sua carica.

Già, la accantoniamo come si fa nelle cose sportive dove non vuoi stravincere subito e di grana grossa e la lasciamo ad aleggiare fra le certezze etiche che se uno non le ha intuite fin dall’inizio probabilmente non le intuirà mai.

Quello su cui invece conviene concentrarsi è il sugo della motivazione che il sindaco ha dato nel rifiutare la proposta dell’istituto comprensivo di cantare “Bella Ciao” nel giorno in cui magari cantarla è più giusto che mai: “È divisiva”.

Il loop su “Bella Ciao” diventata da tempo appannaggio di letture manichee è vecchio almeno quanto è vecchia la propensione degli italiani alle tifoserie ideologiche e allo scorno sempiterno sul ruolo dei partigiani nella Liberazione dal nazi fascismo.

E tuttavia pure questo è un cammino che anche a farcirlo di tutti i revisionismi dell’universo porta ad un podio morale facile facile, perciò via anche la storia. No, qui quello che interessa è quel movente per cui “Bella Ciao” sarebbe “divisiva” e quel che dovrebbe andare a fuoco è la incapacità di un amministratore locale di massimo grado di capire che per evitare divisioni di maniera ha creato una voragine invalicabile.

Fra chi? Fra la comunità di cui il sindaco è somma algebrica massima e la scuola, che alla contro proposta di cantare il “Va’ Pensiero”, il coro del Nabucco sul canto degli ebrei prigionieri ha risposto con una simbolica pernacchia ed ha deciso di promuovere un evento bis il 26 aprile dove cantare Bella Ciao possa essere considerato un diritto e non una concessione, tra l’altro negata.

Perché quello che il sindaco Morandi non ha capito e che forse non gli hanno spiegato i suoi elettori di centro destra è che se per evitare un rigagnolo scavalcabile con un po’ di buon senso spiccio tu metti fra te e la parte più viva della tua comunità un oceano, allora accade che le divisioni che volevi evitare le hai fatte figliare e diventare titane, perciò hai fallito.

E quando si fallisce in un modo così grossolano non si può esprimere quella “amarezza” che il sindaco Morandi ha inteso esternare sui media di fronte al rifiuto della scuola di preferire il più multitasking Verdi ad un canto partigiano.

Perché se c’è un solo modo per evitare che “Bella Ciao” resti un canto di nicchia osannato da una sola parte degli italiani e snobbato da parte avversa quello è lasciare che la cantino tutti e che ognuno in esso ci veda la sua Liberazione. E che nel farlo ognuno senta il gusto della libertà che è concessa all’uomo quando nessuno gli dice quale strofa intonare e al ritmo di quale fanfara marciare.

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