Minoli contro Bassetti: davvero il format è così indifendibile?
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Minoli contro Bassetti: davvero il format è così indifendibile?

C’è format e format, recita la locandina. Ma anche modo e modo di tracciare una convinta linea di difesa o, all’opposto, di sfoderare tutta l’ovvietà possibile pur di sfondare, con la spinta del pubblico, la superbia del moderno demone catodico. L’occasione è troppo ghiotta per Giovanni Minoli per non crocifiggere il tarlo della tv generalista chiamato format, che ormai da troppo tempo rosicchia sfacciatamente anche la storica eleganza Rai, ed è dura raccogliere contraddizioni quando sei immerso nella festa provinciale dell’Unità, conclusasi a Pesaro giusto sabato scorso, in un tripudio sornione di sorrisi e belle parole.

Perchè se gli intellettuali sono di sinistra e gli ammaliati da reality e trash incomprensibili mentecatti, suscitare applausi scontati è operazione da principianti. Peccato che a farne le spese, sgranocchiato da una schietta ma falcidiante arringa ben presto scaduta in contestabili luoghi comuni, è Marco Bassetti, da poco tempo divenuto direttore generale Endemol International.

A dispetto dei sorridenti convenevoli prima del dibattito, lui e Minoli covano, sotterrata in un signorile rispetto, un’avversione sanguigna, già notata nell’amorfo scambio di battute chez Minoli in una puntata de La Storia Siamo Noi dedicata al caso Endemol-Mediaset. Se in quell’occasione Bassetti riuscì a resistere al frenetico assalto di punti interrogativi del padrone di casa, questa volta è scivolato nel banale, e neppure la paparazzata di Minoli allegramente sgambettante con Briatore e la Gregoraci, o le presenze sul palco degli imbarazzanti Roberto Cuillo, responsabile comunicazione DS, e Anna Serafini, senatrice, sono riuscite a mitigare una disfatta peraltro attesa ma paradossalmente ammessa da chi ne rappresenta il paladino.

Il format è spinto dalla tv commerciale” confessa limpidamente Marco Bassetti, che compila senza pregiudizi un panorama in cui sono gli spot “il motore che spinge chi lavora in un programma televisivo in tutto il mondo“. La verità è questa, ma è banalmente agghiacciante, perchè offre una sterminata strale di appigli utili per il disarcionamento.

L’equazione telespettatore=consumatore, alla quale è impossibile sfuggire, e insieme alla stessa parola format, assuefante emanatrice di spiriti maligni, è la spada di Damocle. “Anche il consumatore è cittadino” irrompe Minoli, e la Serafini rimpolpa l’osservazione: “Si devono rispettare i cittadini, impegnandosi a renderli attivi, e non semplici masse passive“. E’ difficile, infatti, dissentire. Ma l’altro terreno impervio sul quale Marco Bassetti prova a cimentarsi, con la speranza magari di sgattaiolarvi senza troppa fatica, ruota attorno alla parola etica, che bacia l’aggettivo pedagogico e attorno alle quali si scatena una diatriba in cui è impossibile portare in salvo le penne.
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