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Morta per trasfusione di sangue infetto: Ministero della Salute condannato a risarcimento
Cronaca

Morta per trasfusione di sangue infetto: Ministero della Salute condannato a risarcimento

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Morì per trasfusione sangue infetto Stato condannato a risarcimento.

A volte vengono riconosciuti i diritti anche di coloro che, purtroppo, non ci sono più. È il caso di una donna morta a causa di una trasfusione di sangue infetto: lo Stato è stato condannato a pagare un risarcimento. L’episodio della morte risale al 1989, la risoluzione arriva oggi: ci sono voluti quasi 30 anni.

La triste storia riguarda una donna di Agrigento che, nel 1989, a 47 anni, ha contratto l’epatite C dopo una trasfusione di sangue infetto in un ospedale di Firenze. Sono passati 28 anni ma, adesso, la prima sezione della Corte d’Appello di Palermo, ha confermando la sentenza di primo grado. Lo Stato dovrà pagare un risarcimento.

Si dovrà ancora attendere il terzo grado di giudizio, che se confermato costringerà il Ministero della Salute a versare un milione 400mila euro agli eredi della donna.

Purtroppo, però, invece di assumersi la responsabilità di un tale sbaglio, il Ministero della Salute, con l’Avvocatura di Stato, era ricorso in appello sostenendo che: “in ragione dell’epoca della trasfusione, non poteva riconoscersi in capo al Ministero alcuna colpa, non risultando in quel periodo disponibili i test per controllare che il sangue non fosse infettato dal virus HCV.”.

La Corte di Appello di Palermo, accogliendo invece le difese degli avvocati Angelo Farruggia e Annalisa Russello, ha confermato la sentenza di primo grado, con le seguenti motivazioni: “lo Stato è tenuto a pagare, poiché ha violato il dovere istituzionale di controllo nell’attività di raccolta, distribuzione e somministrazione di sangue.

Controlli che, se effettuati, con probabilità avrebbero impedito il contagio.”.

trasfusioni

La mancanza dei controlli, uno scandalo italiano, perpetrato negli anni

Non è di nessuna consolazione sapere che si possono verificare casi così tragici, ancor di più sapere che non si tratta di episodi isolati. Tra il 1970 e il 1990 circa 120mila persone si sono ammalate di Aids ed epatite B e C e 4.500 sono morte, a causa dei mancati controlli sul plasma e sui farmaci emoderivati.

Il sangue «malato» in circolazione tra gli anni Settanta e Novanta ha fatto molte vittime, contagiando soprattutto emofilici e talassemici che hanno bisogno costante di trasfusioni, ma anche pazienti trasfusi, per esempio, dopo un intervento chirurgico.

L’accusa, per diverse case farmaceutiche, fu di aver immesso sul mercato flaconi di sangue prelevati a soggetti a rischio – sebbene all’epoca non esistessero test specifici – e non controllati dal Servizio sanitario nazionale, pagando tangenti a politici e medici: gli anni più “caldi” dello scandalo sanitario sono stati gli stessi delle inchieste di Mani Pulite.

Qualcuno probabilmente ricorderà che, allora, tra gli indagati ci fu il direttore del servizio farmaceutico del Ministero della Sanità, Duilio Poggiolini, accusato di omicidio colposo insieme ad altre dieci persone.

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