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NADAL E FEDERER, SFIDA INFINITA

L’incompiuta di Murray” e “highlander” Nadal. La speranza di vedere una semifinale equilibrata era nient’altro che una speranza, appunto. Inutile come tutte. Di quelle destinate a nascere al mattino e morire al crepuscolo. E invece Andy Murray e Rafael Nadal regalano una prima semifinale ricca di capitomboli emozionali, decisa all’ultima pallina. Incontro equilibrato e teso, che lo scozzese affronta col piglio attento dello scolaro all’ennesimo esame di maturità. Deciso a non lasciarsi morire ma pimpante, pronto ad affondare alla prima occasione. Arginare gli uncini diabolici e controbattere con stilettate velenose e prese della rete. Il canovaccio sembra chiaro nella sua mente. Primo set equilibrato e dominato dai servizi, in cui l’idolo dell’Arena02 si mostra quello capace di avvicinarsi all’idea, destinata a rimanere tale di un break.

La degna conclusione è il tie-break. Ed è lì che emerge la maggior classe ed attitudine da numero uno di Nadal. Al tennis si vince con la testa, prima che col braccio. Gasquet altrimenti sarebbe un potenziale top five, invece è ridotto solo a potenziale ospite di una casa di cura per menti disadattate. Il Nadal arpiona un fendente e viene a prendersi il set a rete, con una volèe ben congegnata. Ci sarebbe da stupirsi, ma nemmeno tanto.
Chiunque, anche il mio gatto Napoleone, punterebbe deciso per un break in apertura di secondo set del diavolaccio di Manacor. Puntualmente accontentati. A volte il tennis pare uno sport per submentali, psicologi falliti, psichiatri residuali dei salotti tv sul “giallo di Avetrana”. E la soluzione è più limpida, senza tesi lombrosiane e galoppi dissennati di fantasie drogate.

Murray perde il servizio, ed è sul punto di cedere definitivamente. Eccolo il “predestinato”, come spesso accade, divenire l’eterno “incompiuto” il tempo di un alitar d’ali. Persino gli inglesi si sono rassegnati alla triste idea, dopo anni di alti e bassi, illusioni e delusioni cocenti. Ma il tennis possiede anche la miccia dell’imprevedibile. Il Murray che non ti attendi prende coraggio e con un paio di accelerazioni dense di gran naturalezza, rientra nel match. Non solo, mette in fila quattro games di fila vincendo il secondo set 6-3. Regala all’estatica platea angoli vellutati, urlacci triviali ed espressioni sprezzanti. La bacucca mamma Judy ha il volto color melograno maturo, batte le mani, talmente sovraeccitata che vorrebbe buttarsi dalla tribuna sul campo, a volo di gabbiano.

Nadal ora sembra alle corde. Gli psichiatri residuali del “giallo di Garlasco”, anche loro avanzati da qualche talk, ora non hanno più dubbi. L’inerzia è tutta nelle mani del ribelle scozzese nuovamente “predestinato”, le gambe dell’iberico sembrano provate.
Eccola la consacrazione forse definitiva del talentuoso e dormiente britannico. Non si fa in tempo a pensarlo, che Andy perde un paio di colpi sciagurati, e il numero uno affonda senza pietà. Schiaffi mancini con rotazioni mostruose, profonde e ficcanti. Sembra lanciatissimo, avanti di un break anche nel terzo set. Murray vaga a metà tra il furente, l’avvilito ed il disgustato. Salva un match point sul 3-5, poi si gioca tutto nel game di battuta dell’avversario, che qualcosa regala sempre. Ed eccolo sgusciante come un sarago di mare, attaccare senza paura e venirsi a prendere il break, prima di approdare al tie-break. Il tempo di voltarsi ad osservare la pioggia ed il vuoto al di là della strada, che Murray vola via avanti due mini-brek. Tutto vano anche questa volta. 6-6 nel tie-break decisivo, del set decisivo. Niente di meglio per i seguaci di Hitchcook. Ed è lì che un agevole dritto dello scozzese svolazza via, mentre il satanasso di Manacor chiude con l’ennesimo prodigioso fendente.
“Ho perso un’altra occasione buona, stasera…” (e non continuo), si sarà detto il povero Andy, mentre si avviava con le spalle scoscese. Cos’altro avrebbe potuto fare? Niente, forse tutto. Ha servito oltre venti aces, tirato una cinquantina di vincenti. Ha approcciato la partita nel giusto modo. E’ rimasto a galla, rientrato due volte in un match che sembrava chiuso. Ha giocato bei colpi, che spesso l’altro gli recuperava in demi-volèe chiudendo con un vincente in piena riga. Tutto perfetto insomma. O “gli è tutto da rifare…”. Perché lo scozzese si è smarrito nei momenti caldi, quando si trattava di chiudere. Dove, di solito, vengono fuori quelli che sono numeri uno e i fuoriclasse si differenziano dai campioni comuni. Dove il satanasso spagnolo è stato ancora una volta impeccabile. Murray ha tennis e colpi per diventare numero uno, non ancora la testa. Forse non l’avrà mai o potrebbe ancora farcela, impazzire. Al limite aspettare che quei due davanti smettano, per acquisire la mentalità da dominatore. Ai posteri.

Federer come una locomotiva sul malcapitato Djokovic. Nadal è già in finale. La prima in una Masters cup. Torneo che gli manca e che vorrebbe fortemente mettere nella sua bacheca. Uno degli ultimi allori che gli mancano. Ha anche rinunciato agli ultimi tornei dell’anno, per essere pronto all’appuntamento. La finale se l’è conquistata a suo modo, di forza e dopo una lotta furibonda con l’aspirante a vita Murray, facendo prevalere la legge della savana. Federer avvertiva la sua sagoma nell’aere. La possibilità di appaiarlo in quella finale tanto attesa ed evocata.
Prima c’era da sbrigare la pratica Djokovic. Cliente scomodo, se in giornata, “cagnaccio” difficile da abbattere. E il monarca comincia nell’unico modo che conosce. Un festival danzato di dritti in sospensione, lungolinea o incrociati, imprendibili drop in mezza volata. E’ talmente in sicurezza che anche il colpo meno sicuro viaggia in modo maestoso, lo vedi osservando un rovescio pieno e lungolinea che fila via come una scheggia pazza. “La cavalcata delle valchirie” inarginabile per il povero serbo, cui non resta che remare come un robot, rimanere di sasso, voltare gli occhi al cielo in attesa di un improbabile ausilio soprannaturale. O riderci sopra con la rassegnazione che scorre nelle vene. Lo vedi caracollare a rete ritto e impalato come Ivan Lendl e bistrattare la pallina con una rudimentale volèe agricola degna del peggior Perez Roldan. In tribuna, al suo angolo c’è ancora il fratellino. Beata incoscienza, quello scuote la testa sul punto di lagrimare. Poi fa la faccia cattivissima e grida al fratellone: “ajde! Ajde!”. Piccoli Djokovic crescono.
Ma il delirante concerto alieno di Federer continua, è un fiume in piena e chiude 6-1, senza molti preamboli. Un classico dei match tra i due. Il Mozart di svizzera inizia esibendo l’arsenale, quasi umiliando un avversario alle corde, che poi, lentamente e di mestiere riesce ad entrare nel match con la forza, quando lo spettacolo marziano dell’altro subisce un “umanoide” calo. Avviene anche questa volta. Nole va avanti 3-0 dopo la flessione dell’ex numero uno. Fa anche in tempo a regalarci un’esultanza da mandare a letto bambini e deboli di cuore. Ci crede il serbo. Dovesse metterla in lotta feroce, può giocarsi le sue carte. Stavolta però Federer non gli concede quella possibilità. Riprende il break di vantaggio con un altro dritto ad uscire, di quelli congegnati dalla regal casata di svizzera.
Roger Federer chiude 6-1 6-4. Lasciando la sensazione di dominio assoluto. Ha bistrattato come due qualsiasi fantocci gli outsiders al trono Murray e Djokovic. Delle immutate capacità stellari dello svizzero nessuno dubitava, il vero dubbio rimane la sua tenuta mentale. Rafael Nadal è lì, con quell’espressione di chi si appresta all’arrotata. Una sagoma che spunta ovunque, come fosse dieci persone diverse da dover centrare come al luna park. Magari Federer ci avrà pensato tutta la notte, o avrà messo a letto le due gemelline.


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