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Nel 2017 al voto con il Mattarellum? Ecco cosa succederebbe

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Dopo che Matteo Renzi lo ha rilanciato come legge elettorale di riferimento, il Mattarellum è il più probabile regolamento delle prossime elezioni.

Ma cosa succederebbe in Italia se si votasse con il Mattarellum? Cosa dice di preciso questa legge elettorale? Il dibattito nel nostro Paese è sempre acceso su questo tema, in perenne oscillazione fra la spinta verso il maggioritario e il ritorno al proporzionale puro.

Le più recenti elezioni politiche del 2013 hanno dimostrato come l’attuale divisione dell’elettorato non è in grado di produrre, in base alle vigenti normative, una maggioranza stabile in Parlamento. La riforma Renzi è nel frattempo naufragata con il voto al referendum del 4 dicembre.

Come sarà il voto in Italia nel 2017?

Cosa dice il Mattarellum

Il Mattarellum è una legge elettorale “mista”, che applica alla Camera un criterio di parziale maggioritario perché, fra l’altro, assegna 475 seggi con voto secco in collegi uninominali.

E’ stata in vigore nel nostro paese fino al 2005.

Chi è a favore e chi è contrario al Mattarellum

Di certo è a favore del ritorno al Mattarellum Matteo Renzi, ovvero, per come stanno le cose al momento, l’intero Pd. Disponibili al dialogo su questo punto si sono dimostrati fin da subito la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni.

Contrario dovrebbe essere il Movimento 5 Stelle, da sempre sostenitore del proporzionale puro, mentre Forza Italia non si è di fatto ancora espressa.

Cosa succederebbe votando con il Mattarellum

Secondo uno studio condotto di recente dalla società Quorum e denominato progetto YouTrend, in caso di voto con il Mattarellum la spartizione dei seggi sarebbe la seguente:

Pd – 182 seggi

M5S – 241 seggi

Centrodestra – 203 seggi

Per arrivare a questo risultato, si è partiti dai più recenti sondaggi politici:

Pd – 30,9%

M5S – 29,2%

Lega – 12,2%

Forza Italia – 12,2%

Fratelli d’Italia – 4,6%

Alleanza Popolare – 3,4%

Sinistra Italiana – 3,1%

La vittoria del M5S sarebbe però solo parziale, perché ben lontana dalla dimensione della maggioranza assoluta alla camera (316 seggi).

In generale, la spartizione dell’elettorato risulterebbe replicata anche in termini di numero dei deputati, con la conseguente assenza di una maggioranza solida.

Spicca poi la mancata corrispondenza fra il fatto che Pd sia il primo partito a livello nazionale, ma non quello con più seggi. Distorsioni inevitabili quando si innestano meccanismi di tipo maggioritario, da un lato, possibilità di modifiche sostanziali del risultato, dall’altro. Se il Pd ha il 30,9% dell’elettorato e solo 182 seggi, significa che in più collegi il partito di Renzi perde di poco in termini percentuali, racimolando nulla in termini di seggi: in un contesto del genere, anche piccole modifiche possono risultare decisive.

Chi senz’altro potrebbe essere avvantaggiato dall’applicazione del maggioritario sono i partiti con forte radicamento territoriale, capaci al contempo di vincere con ampio margine in alcuni collegi e di risultare pressoché assenti in altri. E’ il caso, in Italia, della Lega, per tradizione molto forte al Nord e assai debole altrove.

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