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L’opinione di Carmine Gazzanni

Nomine partecipate statali: la restaurazione di Draghi in Cassa Depositi e prestiti e Ferrovie dello Stato

Oggi nessuno fiata davanti a nomine che saranno determinanti nella gestione dei fondi, considerando che passeranno per Cdp gran parte dei 209 miliardi del Recovery Fund.

draghi coprifuoco 22

Nei corridoi di Montecitorio e Palazzo Madama qualcuno anche in maggioranza – specie tra le file dei Cinque stelle – ha cominciato a mormorarlo: «Pare quasi il ritorno dell’ancien régime…». Se così non è, quantomeno è un tentativo di restaurazione. A vedere le nomine imposte da Mario Draghi in due società pubbliche di peso come Cassa Depositi e Prestiti e Ferrovie dello Stato, ci sono in effetti pochi dubbi.

Un esempio su tutti: per quanto riguarda Cdp (di fatto, la nostra “cassaforte” pubblica) è stato nominato amministratore delegato Dario Scannapieco.

Chi è costui? Ricapitoliamo il suo cursus honorum: nel 1997 è entrato a far parte del team proprio di Draghi al ministero del Tesoro dove l’attuale presidente del Consiglio rivestiva la carica di direttore generale. Al Mef Scannapieco si occupava di partecipate pubbliche, alcune delle quali sono state poi tutte o in parte privatizzate.

Dopo alcuni anni Draghi è andato via ed è stato proprio Scannapieco ad assumere l’incarico di direttore generale, salvo poi emigrare alla Bei (Banca Europea per gli Investimenti) di cui è stato per 14 anni (fino ad oggi) vicepresidente. Stesso copione utilizzato per Fs: anche qui l’ordine di cambio al vertice, con l’ex Ad di Terna (la società che gestisce la rete elettrica nazionale) Luigi Ferraris al posto di Gianfranco Battisti, uomo invece fortemente voluto all’insegna del “cambiamento” da Giuseppe Conte e dai Cinque stelle.

Ma facciamo un passo indietro: al di là dei casi specifici cosa indicano queste nomine? Rappresentano, in realtà, gli ultimi tasselli del puzzle che sottotraccia sta chiudendo Mario Draghi. Con una battuta, si potrebbe dire che l’intento del presidente del Consiglio è fare in modo che non ci sia un euro del Recovery Fund che l’ex banchiere non voglia o quantomeno non sappia. Non bisogna dimenticare, infatti, che al Tesoro siede un altro ex “collega” di Draghi come Daniele Franco il quale, non a caso, insieme al premier è l’unica presenza fissa nella «cabina di regia a geometria variabile» che dovrà gestire i 209 miliardi in arrivo da Bruxelles. E di stretta osservanza “draghiani” sono anche altri due ministri che riceveranno grosse fette di finanziamenti: il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani e quello del Digitale Vittorio Colao.

Il rischio, in altre parole, è che la politica finisca ancora una volta col non toccare palla. Al di là della stima o meno che si possa avere per Draghi, è la direttrice che si sta seguendo che lascia molto perplessi. Finché c’era Giuseppe Conte ci si imbestialiva su giornali e televisioni per il fatto che la sua idea fosse quella di creare una task-force per la gestione del Recovery. Così Matteo Renzi, tanto per dire, sbraitava a Palazzo Madama il 9 dicembre 2020: «La task force non può sostituire governo e Parlamento». E, sia chiaro, aveva ragione. Il punto, però, è che oggi nessuno fiata davanti a nomine che saranno ancora più determinanti nella gestione dei fondi considerando che passeranno per Cdp gran parte dei 209 miliardi, mentre Fs ne riceverà ben 25.

Finita qui? Certo che no. Proprio in questi giorni si è saputo che la cabina di regia presieduta da Draghi e Franco potrà contare su una squadra composta da 350 tra tecnici e funzionari. Per ora nessuna reazione da parte dei partiti di maggioranza, neanche da Italia Viva, il cui leader Matteo Renzi, sempre lo scorso dicembre, aveva tuonato: «Serve un governo che funzioni, non 300 collaboratori».

Ciò che lascia spiazzati, però, è soprattutto il silenzio (a tratti imbarazzante) del Movimento cinque stelle. Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito ai pentastellati tingersi di verde pur di governare con la Lega. Poi abbiamo vissuto l’illuminazione sulla via di Damasco di Luigi Di Maio & C. che, d’un tratto, erano per una più umana accoglienza e contro i decreti Sicurezza e dunque eccoli governare con Pd e Leu.

Ma quella in atto oggi è la torsione forse più inquietante visto il silenzio che l’accompagna: nessuna voce critica si alza al cielo nonostante la sostituzione con tecnici fedelissimi nel ruolo che spetterebbe alla politica. Ed è – non ci si giri attorno – una batosta clamorosa per una forza politica che sperava (invano) di riportare al centro la politica tra i cittadini, addirittura con la storia dell’uno vale uno. Resta da capire il silenzio da cosa dipenda. Qualcuno dirà, come continua a sostenere qualche pentastellato: è lo scotto da pagare pur di avere voce in capitolo nella gestione dei 209 miliardi del Recovery. Peccato, però, che Draghi sia tornato ai vecchi metodi, lasciando di fatto i Cinque stelle neanche in panchina, ma in tribuna. Ad assistere senza toccare palla.

E sarà ancora peggio col passare del tempo. Da qui a qualche mese partirà, infatti, un nuovo poderoso giro di giostra per le nomine alla guida di altre partecipate pubbliche. In scadenza ci sono 518 poltrone in 90 controllate dal ministero dell’Economia, tra cui pesi massimi come Invitalia, Saipem e, soprattutto, Rai. L’impressione, a sentire il vociare dei parlamentari, è che Draghi già abbia individuato altri suoi fedelissimi. Tecnici, preferibilmente. Banchieri o manager, ancora meglio. Con buona pace della politica che blatera di politica, rinunciando poi a farla.

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