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Approvati da Trump nuovi dazi nei confronti della Cina

Nella notte approvati dall'amministrazione Trump una serie di dazi che colpiscono la Cina. Ecco le possibili conseguenze.

Il presidente americano Donald Trump ha approvato durante la notte una serie di dazi commerciali nei confronti di numerosi prodotti cinesi. Al termine di una riunione durata 90 minuti il presidente ha infatti comunicato la decisione di imporre una tariffa del 25% su una serie di beni. Quali nello specifico per il momento non è dato sapere, ma verrà comunicato nelle prossime ore. Negli ultimi giorni erano circolate voci di una lista che comprenderebbe circa 1300 voci. In particolare per merci legate al settore tecnologico.

I nuovi dazi di Trump

Al via quindi questo nuovo round di sanzioni, che seguono quelle emanate nei mesi scorsi verso Europa e Canada e che già avevano portato all’acuirsi delle tensioni tra i due paesi. Il presidente quindi avrebbe optato per una dura presa di posizione.

La decisione sarebbe maturata come tentativo di porre un freno all’aumento del disavanzo commerciale tra i due paesi.

Questa nel 2017 ha raggiunto l’impressionante cifra di oltre 350 miliardi di Dollari. L’amministrazione lamenta anche una mancata tutela della proprietà intellettuale da parte dei partner cinesi. Inoltre il presidente nordamericano ha minacciato di un possibile ulteriore aumento dei dazi su prodotti cinesi per il valore di 100 miliardi di dollari, oltre ad una stretta sugli investimenti diretti di Pechino negli States, che dovrebbe venire annunciata il 30 giungo.

Le prossime mosse

Si spiega così quindi la presenza dei consiglieri sulla sicurezza nazionale presenti alla riunione di gabinetto di Trump. La preoccupazione, che alla luce del comportamento tenuto nei confronti della proprietà intellettuale da Pechino negli anni, non è peregrina. Sono infatti numerosi i casi in cui aziende occidentali hanno provato ad intentare causa a gruppi cinesi per il furto della proprietà intellettuale, ma senza essere mai riusciti ad ottenere una compensazione.

Per non menzionare quei casi in cui attraverso attacchi informatici si sono trafugati progetti anche plurimiliardari.

Per esempio con il caso della Lockeed Martin, che ha visto trafugati i piani del prezioso F-35. Il presidente, per quanto ci è dato capire, ha voluto quindi mettere nel mirino delle tariffe emanate proprio gli elementi di cui il sistema cinese avrebbe bisogno per implementare il suo ambizioso piano.

La reazione della Cina

Il presidente Xi Jinping ha recentemente varato un piano di sviluppo economico denominato “Made in China 2025”. Questo è un ambizioso programma al quale viene affidato il compito di trasformare quella che è stata finora la “fabbrica cinese”. L’obiettivo è traghettarla dal modello industriale attuale, contraddistinto da produzioni a bassa intensità di capitale, di conoscenza, e dal basso valore aggiunto, verso un modello basato su automazione produttiva, su produzione di merci ad alta tecnologia, e in generale su una produzione industriale ad alto tasso tecnologico e di capitale.

Dal canto suo il gigante asiatico minaccia ritorsioni con un piano di dazi di circa 50 miliardi di dollari.

Questi dazi minacciano di andare a colpire le esportazioni USA. Per esempio attraverso l’imposizione di dazi sull’importazione di soia o di aereomobili. Pechino va a colpire le esportazioni americane provenienti sopratutto dagli stati in cui Trump ha avuto un forte sostegno elettorale. Con il non dichiarato ma non certo segreto obiettivo di colpire proprio la sua base elettorale, ed erodere il sostegno alle sue politiche protezionistiche.

Le conseguenze sui mercati

Per ora sottolineiamo come a subire i maggiori contraccolpi per l’annuncio della decisione siano le piazze d’affari. In particolare quelle cinesi. La paura è che il proseguire di questa spirale protezionista possa compromettere seriamente l’interscambio commerciale tra i due paesi. Con tutte le conseguenze che questo comporterebbe per gli operatori economici. Un nuovo passo dell’amministrazione americana quindi, che procede senza mettere in dubbio la linea fin qui tenuta. ”America First”, quindi, ma quella intrapresa dal presidente è una strada pericolosa, i cui effetti reali sull’economia potranno essere valutati solamente nel lungo periodo.

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