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Per qualcuno la maternità è ancora un fardello

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Non eravamo noi tutti fieramente sdegnati quando le cronache ci consegnavano storie in cui essere madre comportava la croce di dover perdere il lavoro?

Insomma, diciamocelo senza bandiere e pelosità di schieramento: quando abbiamo letto tutti della polemica innescata da sul fatto che Giorgia Meloni si era portata la figlia Ginevra a Bali siamo stati cementati tutti da uno sturbo bipartisan.

Ovviamente c’è stato chi ha ravvisato nella polemica un attacco gratuito al “capo” e chi ci ha visto una legittima critica all’avversario perché in Italia siamo manichei e chiacchieroni anche sulle cose spicce. Poi però c’è stato anche chi, in mezzo ai due fuochi del radicalismo lessicale del Paese, nella faccenda ci ha visto esattamente quello che bisognava vederci.

E cioè che in questo Paese strambo che si mette più medaglie in petto di un ussaro prussiano c’è ancora chi crede che la maternità sia una fardello e non un’opportunità.

O quanto meno che ci sia chi lo crede se crederci conviene in un dato frangente politico.

Già, opportunità, perché a ben vedere chi riesce a fare la madre mentre tiene a governo qualsiasi altro sistema complesso è una persona a cui viene data l’occasione di dimostrare che ci sono lotte che le donne sostengono con una forza che noi maschi piagnoni smutandati e monotematici non avremo mai. Noi che se non troviamo l’asciugamano del bidet chiamiamo l’Onu, Stoltenberg e la Croce Rossa.

E non è solo la categoria concettuale altissima del sistema complesso di una premier impegnata nel G20 più difficile della storia, ma quella di cento ambiti in cui essere madre ed essere perno hanno la stessa valenza. Credete ci sia tanta differenza fra una Meloni che cerca di convincere Xi a tener buono quel matto di Kim ed un’insegnante che spiega i Mille e poi corre ad allattare?

Ecco, fissato il primo elemento adesso giochiamocela con il secondo.

Ma noi non eravamo il Paese in cui erano state mostrate le orgogliose foto di donne impegnate in politica o ruoli cruciali in società che offrivano il seno alla prole mentre di questi sistemi tenevano barra? E non avevano sbavato felici nell’additare quelle immagini come “icone” di un progresso che, si insinuava, “grazie” anche ad una certa parte politica e culturale in Italia pareva sempre più difficile da realizzare?

Cioè, non eravamo noi tutti fieramente sdegnati quando le cronache ci consegnavano storie in cui essere madre comportava la croce di dover perdere il lavoro? Battaglie buone, battaglie forti, battaglie che abbiamo visto condurre a persone che poi, almeno in schieramento concettuale, nel caso di Giorgia Meloni hanno fatto un tale carpiato che l’eco della figuraccia che hanno fatto se lo è portato a spasso nello spazio la missione Artemis.

Ora, a voler essere precisi perché questo è un Paese dove la puntualità di enunciazione da tempo pare migrata, tecnicamente ci sarebbe un terzo aspetto, e non è quello ovvio per cui una bambina al G20 non ci va a tirare la giacca a Biden chiedendogli se a Trump puzzano i pedalini ma a giocare in albergo nelle ore in cui mamma non c’è per poi godersela quando torna.

No, non è questo il terzo aspetto. Ma a ben vedere a quello di ha già pensato Meloni. Ci ha pensato quando ha detto soavemente che su come lei gestisce la sua genitorialità non sono ammesse intrusioni. Ed è una cosa talmente ovvia che pensare a quella antica e rotonda frase in cui qualcuno i “suoi” è invitato a farseli a pacchi in bancale magari non è peccato. E non è neanche progresso.

È civiltà.