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Pierdante Piccioni, il medico che ha perso 12 anni di memoria: “Quando mi svegliai non riuscivo ad accettare i miei figli”

Pierdante Piccioni, il medico che ha perso 12 anni di memoria e che ha ispirato la serie "Doc - Nelle tue mani", si racconta a Mirror, la rubrica di Notizie.it.

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La sua storia è diventata famosa prima grazie a un libro e poi a una fiction Rai di grandissimo successo, “Doc – Nelle tue mani” – dove il suo personaggio era interpretato da Luca Argentero. Pierdante Piccioni, il medico che per una particolare circostanza di vita ha perso 12 anni della sua vita, della sua memoria, si racconta a Mirror, la rubrica settimanale di Notizie.it.

Dottor Piccioni, cosa significa ricominciare dopo così tanto tempo?

Ricominciare è dura. Ricominciare dopo che uno fa un incidente (nello specifico, il 31 maggio del 2013) resta in coma un po’ di ore e poi scoprire che l’ultimo ricordo è del 25 ottobre 2001, significa aver saltato un pezzo non solo della propria vita ma della vita di tutto il mondo. Io mi sono addormentato con la lira e mi sono svegliato con l’euro.

C’era un papa solo e mi sono svegliato con due. Non c’era Whatsapp, non c’era nulla di quello che usiamo ora e che ci sembra di aver avuto da sempre. Ricominciare è stato veramente complicato e paradossale, perchè io volevo ricominciare nel 2001, il mio amatissimo 2001, con i miei figli piccoli, mia moglie, il mio lavoro, con i capelli scuri e senza rughe. Ma sarebbe stato impossibile.

Questa macchina del tempo mi ha completamente devastato, ci ho messo un bel po’ a tornare a una sorta di normalità.

Ci vuole raccontare cos’è successo? L’incidente che l’ha coinvolta e come è tornato, con grande sacrificio e volontà, a fare il medico?

La mattina del 31 maggio 2013 stavo andando al lavoro. Mi hanno trovato con la macchina cappottata, in coma, fortunatamente a pochi passi dall’ospedale di Pavia.

Il mio cervello è rimasto per un po’ senza ossigeno. Quando mi sono svegliato non c’erano grandi segni di lesioni, della botta vera e propria. Ma facevo fatica a parlare a parlare e a muovere la parte destra del corpo e, soprattutto, quando mi hanno chiesto che giorno era ho risposto: “Oggi è il 25 ottobre 2001”. Ben prima che ci fosse il Covid, mi sono trovato in una stanza piena di persone con la mascherina, nella zona con i pazienti più gravi. Loro continuano con le domande, mi chiedono che giorno della settimana era il 25 ottobre 2001 e io rispondo: “Giovedì”. Vedo che prendono in mano un oggetto nero che ho scoperto poi essere un iPad (io non avevo idea di cosa fosse), verificano e vedono che effettivamente era vero, era giovedì. Allora penso di essere finito su Scherzi a parte o di stare sognando o che era successo qualcosa di molto serio. La risposta giusta era la terza.

Può spiegarci anche da un punto di vista clinico cos’è successo al suo cervello e qual è stata la sua prima reazione, considerando anche che lei è un medico quindi aveva tutti gli strumenti per comprendere.

Dal punto di vista medico, ho pensato a un ictus. Gli accertamenti lo escludevano ma quello che spesso anche noi medici dimentichiamo è che la clinica precede gli accertamenti. I danni al cervello, i “buchi neri” – come li chiamo io – sono spuntati solo sei mesi dopo. Sono lesioni alla parte sinistra del cervello, dove ho subìto il colpo, e alla parte destra, dove ho preso il contraccolpo. Noi non sappiamo granché di come si formano i ricordi. Dire dov’è “il magazzino della memoria” è come chiedere dov’è una stella e rispondere “nel cielo”: ovunque e da nessuna parte. Il problema è che quelle lesioni assomigliavano molto a una forma di demenza, solo che io non ero demente: avevo un blocco selettivo di circa 12 anni. È come se mi fossi bruciato una parte del mio cervello e purtroppo Dio non ha inventato nessun backup, nessun Cloud. Dal punto di vista clinico, comunque, sono diventato un giovane demente. Mi è stato impedito di tornare a fare il mio lavoro – ero primario di pronto soccorso – non potevo avere contatto con i pazienti e ho dovuto studiare, riaccreditarmi per dimostrare che potevo fare ancora il medico.

Questo persorso l’ha portato non solo a tornare a fare il medico ma anche a stare in prima linea contro il Covid, lo scorso anno. Non a caso la Rai ha deciso di mandare in onda “Doc” in un momento in cui c’era bisogno di un’iniezione di fiducia nei confronti del personale sanitario. Innanzitutto, lei ha visto la fiction?

Assolutamente sì. Mi permetto di aggiungere che la fiction era già stata pensata e organizzata molto tempo prima. Il titolo Doc – Nelle tue mani era stato pensato prima. Nessuno si aspettava il Covid, è stata una coincidenza: proprio nel momento in cui l’Italia aveva più bisogno di qualcuno che la prendesse per mano è stata trasmessa questa fiction, che non solo ho seguito ma in cui ho fatto anche un piccolo cameo e a cui ho collaborato come sceneggiatore dando qualche piccolo parere tecnico sugli aspetti medici. Da Argentero in poi c’è stata una serie di persone che sono riuscite a togliere un po’ di tristezza data dal momento. Sa quante persone ci hanno detto: “Grazie, perchè in quel momento avevamo bisogno esattamente di questo, di qualcuno che ci prendesse tra le mani e ci facesse sognare per un paio d’ore“.

Non tutti, comprensibilmente, avranno colto la sua parte in Doc 1. Ci vuole svelare qual è stata?

D’accordo col regista, ho fatto la parte del paziente che esce dalla stanza e lascia il posto a Luca Argentero. Divertente, no? La realtà che lascia il posto alla fiction. Scherzando ho detto a Luca: “Attento che se andiamo avanti così ti rubo il posto come attore!”. In realtà, con lui e con tutti gli altri ragazzi della squadra si è creato un bellissimo rapporto. Mi sono reso conto solo lavorandoci che creare una fiction coinvolge tantissime persone.

Quello che la fiction ben trasmette sono due aspetti che hanno caratterizzato la sua voglia di ricominciare dopo il tragico incidente. Da un lato, l’impossibilità di fare il medico e di avere contatto con i pazienti. Dall’altra parte – una parte che la fiction ha molto romanzato – il rapporto con i figli. Luca Argentero scopre addirittura di aver perso un figlio che, al risveglio, credeva fosse ancora vivo.

Fin da quando ero piccolo ho voluto fare il medico e questo implica il rapporto, anche fisico, con il paziente: guardarlo, parlargli, toccarlo. Togliere questo contatto è un ossimoro, è come un tennista senza racchetta. Da quando ho fatto l’incidente ho imparato a cambiare punto di vista, da quello del medico a quello del paziente. Questo “master in pazientologia” – che qualcuno di poco incline all’ironia non ha capito – mi ha insegnato a guardare l’erba dalla parte delle radici e a diventare più empatico. Per quanto riguarda il rapporto con i figli, quando mi sveglio mi immagino di vedere due bambini di 8 e 11 anni e invece mi trovo davanti due uomini adulti di 20 e 23, non li riconosco e non li accetto. Io ho rifiutato i miei figli. Stiamo ancora lavorando su questo, sull’accettarci, e io ho capito solo dopo che cosa possa voler dire per loro avere un padre che ti guarda e ti dice: “Ma tu chi sei? Ma sai che mi stai un po’ antipatico? Io non voglio te, io rivoglio i miei bambini, non voglio avere niente a che fare con te”.

Come ha fatto a ricostruire un rapporto con la mamma di questi bambini?

Sono una delle pochissime persone al mondo che può dire di aver tradito sua moglie con la sua stessa moglie. Mi sono rinnamorato di una persona completamente diversa da come la ricordavo io, la fortuna ha voluto che mi sia ri-piaciuta come allora. Recuperare un rapporto di coppia è fondamentale per proseguire nella vita. Il mio problema era fare confronti, rivolevo il Pier, la moglie e i figli del 2001. Rivolevo la lira, mia madre viva. Rivolevo tutto. Dopo anni di tensione con i miei figli, ho capito che dovevo fare io il primo passo, andare io da loro per fare qualcosa insieme, per ricominciare da lì. Chi ha subito un torto, si aspetta sempre che siano gli altri a venire da te, ad aiutarti, a soccorrerti. Chi ama davvero ricomincia per primo.

Anche nella carriera da medico ha ricominciato da zero?

Quasi da zero. La maggior parte dei ricordi prima del 2001, li avevo. Ho ristudiato, impiegando quasi due anni per dimostrare ai miei superiori che avrei potuto fare ancora il medico, superando tutti i test a cui mi hanno sottoposto. Infatti, sono tornato a fare il primario del pronto soccorso, non a Lodi -dove lo ero quando ho fatto l’incidente-, ma a Codogno. Sono l’ex primario del pronto soccorso di Codogno. Ci tengo a precisare che non lo ero più quando è iniziata la pandemia, ma ho lavorato lo stesso in zona rossa nel lodigiano, sempre in ospedale. Mi sono occupato dei percorsi post acuti dei malati Covid, esattamente dalla parte opposta del pronto soccorso: liberare i letti per acuti per permettere ai nuovi pazienti acuti di essere ricoverati.

Qual è stata la soddisfazione personale nel riuscire a ridiventare primario dello stesso reparto, seppur in ospedali diversi, dopo un’esperienza così toccante?

Fu una grossissima sfida. Tuttora, quando ho a che fare con persone fragili, cerco di ricordare che il segreto è trasformare un danno in un’opportunità. Occorre pensare ad un programma personalizzato. Da problema a risorsa: è il vero fuoco che mi ha spinto, per dimostrare a me stesso che, se vuoi, puoi lo stesso vincere il tuo campionato.

Qual è stata la pozione magica per recuperare questi dodici anni?

La rabbia trasformata in voglia. Porsi un obiettivo e raggiungerlo. Il segreto di Doc è: Doc uno di noi. La gente ha capito che quel povero sfigato, caduto per terra, assomigliava a tantissime altre persone in tanti momenti della vita.

Tornando a parlare della fiction, non è da tutti esserne il protagonista. Si ricorda quando gliel’hanno proposta?

Ero molto stupito. Luca Argentero dice che per lui è stato un vantaggio interpretare una persona viva, perché mi ha studiato. Molti amici dicono che mi ha imitato bene, che sorride come me. Essere un soggetto vivo e da studiare, per Argentero è stato molto utile. Essere terapeutici com’è stata Doc è stato qualcosa di grande; come direbbero i miei figli “tanta roba”. La possibilità di ascoltare una persona che ti dice “Grazie, la sua storia mi ha aiutato, mi ha fatto sorridere” è gratificante, terapeutico appunto.

Vorrei riproporle una scena di Doc, abbastanza divertente: Luca Argentero è con gli altri colleghi a bere una birra post lavoro e viene a scoprire che alcuni attori famosi sono venuti a mancare. Di che cosa, nei 12 anni che ha perso, avrebbe volentieri fatto a meno. Cosa non avrebbe voluto sapere che era successo?

Mi tirerò contro un po’ di ascoltatori che magari non hanno la mia stessa fede calcistica: quando alcuni amici interisti mi hanno raccontato che la Juve era finita in serie B, ho ringraziato di non avere quei ricordi, da un punto di vista banale. Tornando seri, la morte di mia mamma. Quando mi sono risvegliato nel 2013, ho scoperto che mia mamma era morta nel 2010: quello è stato un grosso trauma, perché io non ho nessun ricordo. Cosa mi ha detto mia madre prima di morire? Cosa ho provato al suo funerale? In pratica l’ho vissuto due volte. La mia memoria se ne ricorda una, ma sul mio corpo ci sono i segni di due lutti.

A livello globale, cosa le piacerebbe ricordarsi di aver vissuto in diretta, in tempo reale?

Le elezioni di Obama, perché quando mi hanno fatto vedere una fotografia di un uomo nero, alto, chiedendomi chi fosse, ho risposto che secondo me giocava negli NBA. Quando mi hanno detto che in realtà era il presidente degli Stati Uniti d’America è stato abbastanza sconvolgente. La trovo la più grossa novità dall’inizio del 2000 e mi sarebbe piaciuto avere l’emozione di quel momento.

Sta tornando l’inverno, abbiamo voglia di “Doc 2”. State ancora girando?

Sì, stiamo girando gli ultimi episodi. Dovrebbe andare in onda da gennaio, saranno 16 episodi. Ovviamente ci saranno delle novità clamorose che neanche sotto tortura potrà estorcermi. Argentero rimane Doc, ma si aggiungeranno anche altri personaggi. Da come sta venendo, personalmente, mi piace ancora di più di Doc 1. Consiglio caldamente la visione.

Sarà toccato il tema del Covid?

Certo, una fiction ambientata nel Policlinico Ambrosiano ai giorni nostri non può prescindere dal Covid.

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