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Ddl Pillon: cosa prevede il testo
Politica

Ddl Pillon: cosa prevede il testo

Uno sguardo ravvicinato sul contestato disegno di legge sulle separazioni voluto dal senatore leghista Pillon, basato sulla "genitorialità perfetta".

Giorni di grandi discussioni e proteste seguono il ddl 735, presentato dal senatore leghista Simone Pillon. Esso prevede una modifica sulle modalità di affidamento dei figli per le coppie separate o divorziate, con una spartizione paritaria del tempo che il figlio minore trascorre con ciascun genitore. La proposta vorrebbe abolito l’assegno di mantenimento verso l’ex coniuge in condizioni economiche più dipendenti, e l’introduzione obbligatoria di un mediatore familiare.

Ddl 735 Pillon nel dettaglio

Il disegno di legge prevede in prima istanza che il tempo che i genitori passano coi figli sia spartito egualmente (in ogni caso non inferiore a 12 giorni al mese), e che i costi del mantenimento vengano sostenuti da entrambi i genitori in base al reddito. Nel caso in cui uno dei due genitori dovesse non percepire alcun reddito, sarebbe escluso dal mantenimento dei figli, ma anche dal ricevere l’assegno di mantenimento dall’ex coniuge. Secondo l’art.

12 del ddl, “Nelle crisi familiari uno dei due genitori (il più delle volte il padre) viene escluso dalla vita dei figli, con eccessivo rafforzamento del ruolo dell’altro genitore“.

Inoltre, diverrebbe obbligatorio l’arruolamento di un mediatore familiare per risolvere i dissidi tra i genitori e decretare le modalità dell’affido dei figli. I costi di questo servizio sarebbero a carico di chi si separa. Sono previste da 6 a 10 sedute di mediazione familiare, ciascuna delle quali costa da 50 a 100 euro, come riportato da La Repubblica. Pillon ha un conflitto d’interessi con l’introduzione di tale norma, essendo egli stesso un mediatore familiare.

Per di più, la mediazione obbligatoria va contro alla Convenzione di Istanbul del 2011 (a cui l’Italia ha aderito nel 2013), che sancisce che la violenza domestica e ogni privazione di libertà nei confronti delle donne siano violazioni dei diritti umani, e che i 46 Paesi firmatari debbano adottare misure di prevenzione e strumenti di intervento contro la violenza sulle donne.

Una mediazione sarebbe impossibile nel caso di avvenuta violenza, e questo rischierebbe solo di depotenziare l’attività giuridica.

Decreto Pillon: le polemiche

Da fonti del Ministero della Famiglia, emerge che si tratti di una “iniziativa parlamentare del senatore Simone Pillon: seguirà il suo iter parlamentare e non è stata sottoposta al giudizio preventivo del ministro Fontana. Come tutte le proposte legislative avrà la possibilità di essere migliorata e modificata”. Il vicepremier Di Maio ha detto che il ddl “così non va, va modificato“. Lo stesso sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità e alle Politiche Giovanili Vincenzo Spadafora aveva pubblicamente dichiarato: “Non possiamo accettare la proposta del senatore Pillon così come è stata formulata“.

Ma le polemiche più aspre vengono dalle donne, parte sicuramente più colpita da questo ddl. Il disegno di legge è stato etichettato come patriarcale e maschilista, oltre che insensibile nei confronti degli interessi dei minori. “L’art. 11 del progetto di legge prevede che chi non ha la possibilità di ospitare il figlio in spazi adeguati non ha il diritto di tenerlo con sé secondo tempi ‘paritetici’. Dunque, il genitore più povero rischia di perdere anche la possibilità di vedere il figlio”. Questo si legge in una lettera di alcune esponenti del PD.

“Vogliamo dire basta alla retorica sui padri separati, che nella narrazione pubblica sono le uniche vittime e in stato di povertà. Nella separazione è tutto il nucleo familiare che si impoverisce. Ma le donne molto spesso ‘non dicono’, non denunciano la violenza economica e psicologica che subiscono nella separazione”, proseguono le parlamentari del PD.

Tra i gruppi più attivi nel manifestare il proprio dissenso contro il ddl, D.i.Re-Donne in rete contro la violenza, organizzazioni sindacali, come Cgil, Cisl, Uil, Usb, associazioni di donne (Associazione nazionale volontarie Telefono Rosa, Udi), e del terzo settore, ‘Non una di meno‘, oltre ad Arci, Arcigay e Arcidonna.

Mentre le proteste e i sit-in si susseguono nelle piazze di 60 città italiane, “toccando tutta l’Italia da nord a sud, dal Piemonte alla Sicilia”, come assicurano gli organizzatori delle proteste di venerdì 9 novembre, l’iter parlamentare della legge Pillon si preannuncia lungo e complesso.

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