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Sea Watch, l’Italia un obbligo non una scelta

Come mai tutti i migranti ambiscono ai porti italiani? Perché la Sea Watch non è sbarcata a Malta o in Tunisia?

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Da giorni tutta la penisola è con il fiato sospeso per l’esito della vicenda Sea Watch. Se da una parte si dà la priorità all’umanità dall’altra c’è chi invoca l’intervento di stati esteri come Olanda, Malta o Grecia.

Di questa fazione fanno parte anche Di Maio e Salvini, giusto per citarne qualcuno. Proviamo a capire perché l’Italia è una scelta obbligata.

Caro Di Maio

Lo scorso 27 Giugno 2019 il vicepremier e leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio si è espresso sulla scelta della Sea Watch, capitanata da Carola Rackete, di voler attraccare in Italia: “Siamo diventati ormai il palcoscenico del Mediterraneo. Come mai la Sea Watch neanche prova più ad avvicinarsi alle coste maltesi o alle coste greche?
Semplice, a Malta come in Grecia non fa notizia.

Hanno preferito restare 14 giorni a largo delle nostre coste anziché chiedere a La Valletta, Madrid o Atene lo sbarco“.

Per fare chiarezza e dare una risposta al vicepremier, ma non solo, bisognerebbe partire dai dati raccolti: Non tutti i migranti arrivano in Italia. Ma quello su cui giocano i leader del nostro Paese è una sottile linea mediatica. L’Italia indubbiamente occupa una posizione centrale nel Mediterraneo ed è vicino alla Libia.

Porto centrale per la partenza della maggior parte dei migranti.

Se gli asserti ora non sono ancora abbastanza chiari e c’è chi rivendica la vicinanza più stretta di Malta, bisognerebbe ragionare sul fatto che l’isola ha una superficie di appena 0,10% rispetto all’Italia.

Secondo il diritto internazionale

Il diritto internazionale e quello della navigazione, prevede in caso di salvataggio l’attracco nel porto sicuro più vicino. Quindi escludendo Malta per le ragioni spiegate in precedenza, rimangono Tunisia e Italia.

Quello che c’è da sapere è che in Tunisia manca una legislazione completa sul diritto d’asilo per i migranti, motivo per cui “l’accesso alla procedura di protezione in Tunisia è limitato e privo di sufficienti garanzie di tutela legale e appello”.

Inoltre è importante sottolineare come dopo il salvataggio dei migranti, la Sea Watch non si è limitata a rimanere ferma in mare ma si è mossa costantemente sul confine delle acque internazionali attendendo il via libera per l’attracco.

Salvini che invoca l’Olanda

Se il suo collega Di Maio ha chiesto appello ai porti più vicini, il vicepremier leghista Matteo Salvini ha deciso di puntare sulla nazione a cui appartiene l’ONG Sea Watch. Ma anche in questo caso ci sono tre semplici motivi per cui l’Olanda non è tenuta ad accogliere i 42 migranti messi in salvo: Tanto per iniziare gli stati che concedono bandiera non hanno obblighi particolari nei confronti delle imbarcazioni. Il secondo è che l’Olanda non è responsabile per quei migranti secondo l’articolo 13 del trattato di Dublino si evince che “il richiedente asilo ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un paese terzo, la frontiera di uno stato membro” in quel caso quel paese è “competente per l’esame della domanda di protezione internazionale”. Ma il trattato di Dublino, si applica una volta approdati in terra ferma, cosa non ancora realmente successa. Il terzo motivo e anche il più logico, l’Olanda non è il porto sicuro più vicino.

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