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Coronavirus, Gori: “Mi sono accorto tardi dell’emergenza a Bergamo”

Il sindaco Gori ha ammesso di aver sottovalutato l'emergenza sanitaria a Bergamo nelle prime settimane dell'epidemia.

coronavirus gori bergamo
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Il sindaco di Bergamo Gori ha ripercorso i momenti dell’emrgenza coronavirus, ammettendo di aver agito tardi nella comunicazione e nell’organizzazione sanitaria locale. Il primo cittadino parla di una lettera risalente al 5 marzo d aparte dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII che avrebbe segnato il punto di svolta.

Coronavirus, Gori: “Agito tardi a Bergamo”

Il primo cittadino della città orobica Giorgio Gori ha ripercorso le fasi dell’emeregenza coronavirus, svelando retroscena importanti: “Pochi giorni prima, il 27 di febbraio, ancora, non soltanto noi amministratori, che possiamo anche fare degli errori e, a volte, essere anche un po’ superficiali nella comunicazione, ma virologi e giornalisti autorevoli dicevano: “Siamo prudenti, sì, ma continuiamo la nostra vita normale“”.

Gori ammette di aver sottovalutato il problema inizialmente “La concezione dell’emergenza arrivata fino a un passo dalla data in cui l’epidemia si è manifestata, almeno qui, in tutta la sua violenza“. Pochi giorni dopo eravamo già pieni di persone ricoverate gravi e dei primi morti. E quindi lì me ne sono reso assolutamente conto“.

Lettera della conferma

Il primo cittadino bergamasco parla poi di una lettera ricevuta il 5 marzo da un anestesista dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, in cui egli stesso si è reso conto dell’effettiva gravità a livello sanitario dei contagi: “Questo mi ha dato ulteriore conferma“, afferma Gori.

Il punto di non ritorno, però il sindaco lo identifica con le ormai note immagini dei feretri trasportati dall’esercito fuori Bergamo del 18 marzo: “Le immagini di quei camion che trasportavano i feretri via da Bergamo, e che hanno fatto il giro del mondo, sono riuscite a a dare il senso della gravità di quello che stava accadendo“.

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