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L’opinione di Toni Capuozzo

Mattarella e Pahor a Trieste: anche la memoria può trasformarsi in condanna

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L'incontro tra i due presidenti è una carezza a ferite della Storia ancora aperte, ma anche i bei gesti rischiano di produrre il loro contrario.

mattarella e pahor a trieste

Inevitabile: l’immagine del presidente della Repubblica italiana e del premier sloveno Borut Pahor mano nella mano davanti ai monumenti che sul Carso triestino ricordano le cicatrici di due comunità confinanti ma finalmente in pace, riporta alla mente quella del presidente Francois Mitterrand e del cancelliere Helmut Kohl, nella stessa posa, davanti al monumento che a Verdun ricorda le stragi che i due paesi si inflissero a vicenda nella prima guerra mondiale.

Ma allora era il 1984, e l’Europa era un sogno in lenta ma certa costruzione, resa più rapida e turbinosa, cinque anni dopo, dal crollo del muro di Berlino, dalla riunificazione tedesca, dalla fine dell’URSS, dalla dissoluzione sanguinosa della Yugoslavia.

Kohl e Mitterrand a Verdun

Quasi cinquant’anni dopo quella foto simbolo dell’unità europea, il presidente Mattarella e il premier Pahor ripropongono lo stesso gesto, una carezza a ferite della Storia più modeste, quanto a numeri, ma più profonde, cicatrici che ancora fanno male. Il fine è nobile: cercare di guadagnare a una memoria condivisa gli errori e le sofferenze consumate al confine orientale d’Italia: l’incendio della Narodni Dom, la Casa del popolo della comunità slovena a Trieste, la condanna a morte di irredentisti slavi da parte di Tribunale speciale fascista, l’orrore di foibe come quella di Basovizza, in cui furono gettati, a volte ancora solamente feriti, centinaia di persone senza colpa alcuna se non di essere un ostacolo alle mire titine su Trieste, a guerra finita.


Troppa roba, viene da dire: un’indigestione di storia per un angolo d’Europa che è una specie di soffitta del ‘900, dove sopravvivono tensioni identitarie, residui di ideologie ferocemente contrapposte e tra i confini aperti si affaccia ogni tanto lo spettro dei nazionalismi.

Ma anche eredità ingombranti, quando le comunità che in passato sono state contrapposte affrontano, se non agende, problemi comuni: la dialettica tra interessi nazionali e unità europea, le pressioni migratorie, la crisi del coronavirus.

Forse sarebbe meglio spendere più energie sul futuro comune, piuttosto che su un passato divisivo. La memoria – che è un patrimonio importante, per non ripetere gli errori – può essere una specie di condanna, un aiuto a restare inchiodati sulle proprie posizioni.

Forse solo il tempo guarisce, e i bei gesti rischiano di produrre il loro contrario. Per dirla tutta: mai distanziamento sociale fu più grato e benedetto, sul Carso e attorno al Nardoni Dom, nel cuore di Trieste. Avremmo avuto più minoranze contestatrici, ma anche il silenzio della maggioranza non avrebbe avuto un alibi.

Giornalista, scrittore e volto noto del giornalismo d'inchiesta televisivo italiano. Ha esordito nel giornalismo cartaceo come penna di Lotta Continua nel 1979, seguendo il mondo dell'America Latina. Reporter di guerra ha raccontato i conflitti dell'ex Jugoslavia, della Somalia e del Medio Oriente. Ha condotto lo storico programma Terra! in onda sulle reti Mediaset. Vicedirettore del Tg5 fino al 2013 ha tenuto la rubrica Mezzi Toni su Tgcom24.


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Giornalista, scrittore e volto noto del giornalismo d'inchiesta televisivo italiano. Ha esordito nel giornalismo cartaceo come penna di Lotta Continua nel 1979, seguendo il mondo dell'America Latina. Reporter di guerra ha raccontato i conflitti dell'ex Jugoslavia, della Somalia e del Medio Oriente. Ha condotto lo storico programma Terra! in onda sulle reti Mediaset. Vicedirettore del Tg5 fino al 2013 ha tenuto la rubrica Mezzi Toni su Tgcom24.

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