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L’opinione di Maria Michela Calculli

Riaprire le scuole ha permesso ai ragazzi di tornare a fidarsi delle promesse degli adulti

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Tenere ferma la data al 14 settembre, nonostante il voto del 20 e 21, gli arredi e gli spazi non fossero pronti ovunque, nonostante la fatica di personale scolastico e famiglie, è stato fondamentale.

riapertura scuole

In alcune regioni del Nord Italia ci sono bambini e ragazzi che non sono più entrati a scuola dal 21 febbraio 2020. Quasi 7 mesi lontani da banchi, insegnanti, compagni e comunità educante. Durante l’estate mio figlio più piccolo, uno dei tanti bambini italiani tenuti lontano dalla scuola per molti mesi, ha iniziato a dire “se riapriranno la scuola”.

Un bambino in procinto di iniziare la primaria non diceva più “quando apriranno la scuola”, ma “se”. Non ci credeva più, non credeva più a noi adulti che parlavamo della riapertura il 14 settembre, non credeva più nelle istituzioni. E tanti come lui, incluso il fratello più grande.

Ecco perché sono estremamente grata alla dirigente del circolo didattico torinese a cui fa capo la primaria dei miei figli: ritornare a scuola il 14 settembre per i bambini e i ragazzi ha significato ricominciare a fidarsi di noi adulti e delle nostre promesse.

I danni collaterali della pandemia

Il crollo di fiducia dei giovanissimi è uno dei danni della pandemia. Ci sono i danni diretti: i decessi e gli ammalati gravi. Poi ci sono i danni collaterali come la crisi economica e le ripercussioni psicologiche a livello collettivo ed individuale. E poi c’è la fiducia negli adulti e nelle istituzioni, che ha subito un colpo gravissimo in piccoli e piccolissimi che in questi anni stanno costruendo le basi per diventare le donne e gli uomini di domani.

Per mesi sono scomparsi dalle strade e dalla narrazione politica, per mesi hanno subito un’incertezza enorme e la privazione della loro quotidianità. Ma sono stati coraggiosi, esattamente come si stanno dimostrando coraggiosi in questi primi giorni di scuola fatti di regole, di contatti vietati e di novità e abitudini da assimilare.

Ecco perché tenere ferma la data del 14 settembre, nonostante il voto del 20 e 21, nonostante gli arredi e gli spazi non fossero pronti ovunque, nonostante la fatica di personale scolastico e famiglie, è stato fondamentale.

Scardinare la cultura della deroga e della proroga

E mi è davvero spiaciuto ascoltare in radio un preside, che giustificando la riapertura al 24, quasi accusava i colleghi che hanno già riaperto di scarso interesse per la sicurezza di alunni e insegnanti. La sicurezza e la salute non sono in discussione, e infatti chi ha riaperto il 14 si è impegnato al massimo, ma bisogna mantenere sempre una visione di insieme e mi aspetto, da chi ha il compito fondamentale di educare le generazioni future, un religioso rispetto delle promesse senza deroghe e proroghe.

Mi auguro che la cultura della deroga e della proroga, tanto radicata nel nostro Paese purtroppo, entri in contatto con i nostri figli il più tardi possibile. E allora una data può sembrare poca cosa, come un rinvio di 10 giorni dopo una chiusura di 7 mesi. E poi ci si è potuti nascondere dietro l’impegno elettorale, la mancanza di spazi e mezzi, le consuete nomine dei supplenti in cronico ritardo.

La mia stima va a chi ha mantenuto la promessa, nonostante tutto questo. Purtroppo non posso abbracciare dirigenti, insegnanti, e personale non docente, ma lo faccio virtualmente da qui.

Attenzione agli assenti

Oltre alla fiducia di bambini e ragazzi negli adulti e nelle istituzioni, c’è qualcos’altro che mi preoccupa. Gli assenti.

Ci sono bambini e ragazzi che non torneranno sui banchi quest’anno. E non parlo di chi ha scelto l’homeschooling avendo tutti gli strumenti per portare avanti questa scelta complessa. Parlo di piccoli cittadini ritirati dalle scuole per paura del contagio o peggio ancora per paure generate dalla disinformazione e dalla continua negazione. Bambini a cui non solo non verrà garantita un’adeguata istruzione, ma che cresceranno immersi in credenze e convinzioni senza fondamento e privati della necessaria socialità e del confronto con gli altri.

Mi auguro che le istituzioni prendano in carico queste situazioni, facciano le dovute verifiche e proteggano i più piccoli dalle scelte degli adulti. Perché vale sempre il detto “per crescere un bambino, ci vuole un villaggio“, mamma e papà non bastano.

"Michela Calculli è nata a Gravina in Puglia, dove ha vissuto per 19 anni prima di trasferirsi a Milano per studiare Economia. Conseguita la laurea ha lavorato come analista di mercato prima e negli studi professionali poi, nel frattempo ha lasciato Milano per Torino. Qui la svolta, con l'arrivo del primo figlio e un'esperienza come redattrice in un canale televisivo che trattava temi economici, Michela ha scoperto che il suo "dono" era quello di scrivere in maniera chiara di temi complessi come Economia, Finanza e Fisco. Da una decina d'anni questo è il suo lavoro e non si è più fermata.


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Ermanno
18 Settembre 2020 18:27

Ma dove vivi?


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Maria Michela Calculli

"Michela Calculli è nata a Gravina in Puglia, dove ha vissuto per 19 anni prima di trasferirsi a Milano per studiare Economia. Conseguita la laurea ha lavorato come analista di mercato prima e negli studi professionali poi, nel frattempo ha lasciato Milano per Torino. Qui la svolta, con l'arrivo del primo figlio e un'esperienza come redattrice in un canale televisivo che trattava temi economici, Michela ha scoperto che il suo "dono" era quello di scrivere in maniera chiara di temi complessi come Economia, Finanza e Fisco. Da una decina d'anni questo è il suo lavoro e non si è più fermata.

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