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L’opinione di Giuseppe Gaetano

Nuovo DPCM 18 ottobre 2020: tanta attesa per nulla (o quasi)

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La curva dei contagi che continua a salire ha reso necessario un nuovo Dpcm a meno di una settimana dall'ultimo, ma poco o nulla cambia rispetto alle precedenti prescrizioni.

Conte presenta il DPCM

Siamo tornati ad ascoltare le sirene alle finestre. E le notizie di conoscenti, vicini e lontani, in isolamento. Siamo tornati a seguire con ansia il dato giornaliero di contagi, ricoveri e decessi. A calcolare percentuali incrociando i numeri alla ricerca di una risultanza positiva, che ridoni speranza.

E siamo tornati a seguire col fiato sospeso i discorsi notturni del premier, cercando di capire attraverso le nuove regole quanto sia davvero grave la situazione. Cosa potremo fare domani (leggi tutti provvedimenti dell’ultimo DPCM).

Che la situazione frettolosamente definita “post” Covid sia precipitata all’improvviso è attestato dal fatto che il nuovo Dpcm si sia reso necessario a meno di una settimana dall’ultimo, firmato nella notte del 13 ottobre. Avremmo dovuto attendere almeno un paio di settimane per apprezzarne gli effetti, ma il tempo stringe: la curva impazzita non lascia più il tempo neanche di ragionare.

Allora i nuovi contagi giornalieri furono 5901, il giorno prima 4.600. Oggi sono più del doppio: l’impennata pare inarrestabile, avanza ormai di mille casi ogni 24 ore. Più tamponi si fanno, più positivi continuano a saltare fuori. La seconda ondata se l’aspettavano in tanti, politici e cittadini. Molti meno che si rivelasse uno tzunami e spazzasse via l’ottimismo già a metà ottobre, a neanche un mese dalla fine dell’estate.

Le nuove disposizioni poco aggiungono in realtà alle precedenti, rincorrendo di fatto anche loro i dati delle 18 e quanto i governatori locali stanno già decidendo in autonomia, in particolare in Lombardia e in Campania.

L’ennesimo discorso alla nazione, al termine di una convulsa serie di riunioni e cabine di regia, è riassumibile in due disposizioni: servizio al tavolo dalle 18 per massimo 6 persone (chi non ha tavolini deve quindi chiudere), e dipendenti pubblici il più possibile a casa a lavorare da pc. Con l’augurio che i privati seguano l’esempio. In sostanza, un minimo comun denominatore nazionale per armonizzare e non farsi scavalcare dalle fughe in avanti delle Regioni, per non arrivare a una serrata generale risultante dall’espansione a macchia d’olio di mini lockdown locali, indipendente dal controllo del governo.

Al 10 ottobre il Miur certifica già 5.800 casi di positività tra gli studenti, 1.000 nel personale docente e 300 in quello non docente. Contando i tempi di incubazione e la riapertura di molti istituti al 24 settembre, le cifre – contrariamente a quanto affermano Azzolina e Iss – sono perfettamente in linea col quadro nazionale oltre a fotografare al massimo lo scatto alla partenza, cioè i contatti avvenuti durante le vacanze e non quanto stia accadendo tra i banchi ora. Tuttavia anche stavolta la scuola è scampata alla ghigliottina: solo per le superiori è previsto un ingresso scaglionato dalle 9, estendibile al pomeriggio. Ma è scongiurata quella didattica a distanza vissuta con terrore dai genitori che, anche da remoto, devono continuare a lavorare.

Nessuna ulteriore limitazione a negozi, parrucchieri, estetisti e soprattutto mezzi pubblici, principali veicoli dell’infezione. Ristoranti e bar, palestre e centri sportivi, sono gli osservati speciali, probabili destinatari di un provvedimento ad hoc tra un’altra settimana. Per ora la chiusura resta alle 24, la responsabilità di anticiparla alle 21 se l’accolleranno i sindaci. La verità è che potrebbero restare aperti pure fino all’alba: pur con tutte le precauzioni faticheranno non poco a trovare clienti che rischieranno a entrarci.

La gran parte della popolazione è così angosciata dal punto interrogativo sulla fine dell’incubo, così rassegnata all’incertezza che è davanti ai suoi giorni, che preferirebbe togliersi subito di mezzo il nuovo lockdown a cui s’è già arresa e a cui, stretta dopo stretta, ci stiamo rapidamente avvicinando. Salvando almeno il Natale dalla desolazione. Sarebbe il primo, visto dalle finestre di casa.

Se lockdown 2 dev’essere, come sostengono da Crisanti a Ricciardi, che lo sia subito per stroncare sul nascere la ripresa dell’epidemia, prima che l’emergenza si trasferisca definitivamente nei reparti d’ospedale, e salvaguardare il momento clou dell’economia, i consumi delle feste natalizie: 110 miliardi di euro secondo Confcommercio, lo 0,8% del Pil per Confindustria. Altro che stato di emergenza come lasciapassare per l’autoritarismo: tanti imprenditori, negozianti e clienti vorrebbero un giro di vite più coraggioso di una “fase 5” temporeggiatrice, di avvicinamento alla serrata definitiva, che risparmierà solo fabbriche e filiera alimentare.

Questo ennesimo Decreto, come i precedenti, non servirà a nulla senza il nostro senso di responsabilità. Non sarà Conte a salvarci ma la consapevolezza dei rischi, per noi e le persone a noi vicine, di un comportamento indisciplinato o, peggio, negazionista. Fanno rumore, ma sono ormai sempre meno quelli capaci di negare l’evidenza.

Nato a Roma nel 1975, laureato in Filosofia alla Sapienza, ha lavorato per 15 anni a Milano come giornalista del gruppo Rcs, in particolare per il sito web e le pagine social del Corriere della sera, occupandosi di politica, cronaca ed esteri. Prima di specializzarsi nell'informazione online, è stato anche responsabile dei contenuti di YouReporter, conduttore tv per Class Editori e redattore di numerose emittenti radiofoniche.


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Manlio Amelio
19 Ottobre 2020 03:42

Italiani schiavi coglioni e mongoloidi… In mano ad incapaci ed incompetenti, se nemmeno dopo 5 giorni ne devono emanare un altro perché quello precedente non serve ad un cazzo, anche questo non servirà ad un cazzo, NON SONO I DECRETINI CHE FERMANO I VIRUS, abbiamo al governo i peggiori mongoloidi di sempre… ma la cosa peggiore sono i coglioni mongoloidi schiavi italiani che seguono i vari dpcm pedissequamente, e le varie prescrizione dei “scienziatoni” dei miei coglioni che scrivono protocolli del cazzo senza alcun fondamento scientifico, leggere intervista del dottore (si fa per dire) Alberto Villani del cts: “L’obbligo di… Leggi il resto »


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Giuseppe Gaetano

Nato a Roma nel 1975, laureato in Filosofia alla Sapienza, ha lavorato per 15 anni a Milano come giornalista del gruppo Rcs, in particolare per il sito web e le pagine social del Corriere della sera, occupandosi di politica, cronaca ed esteri. Prima di specializzarsi nell'informazione online, è stato anche responsabile dei contenuti di YouReporter, conduttore tv per Class Editori e redattore di numerose emittenti radiofoniche.

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