×
L’opinione di Giulio Cavalli

Chiese aperte nel nuovo DPCM: l’Italia sacrifica la cultura, ma non le Messe

Condividi su Facebook

Nonostante siano tendenzialmente frequentate soprattutto da persone anziane e quindi, purtroppo, più vulnerabili al Coronavirus, l'ultimo DPCM di Conte salva le Messe. A discapito della cultura.

fase 2 messe 18 maggio

La cultura val bene una messa. Il Bel Paese è quel posto in cui mentre si mette mano a tutte le cosiddette “occasioni di assembramento” nel nuovo DPCM raccontato con la solita retorica dal Presidente del Consiglio si decide anche che i luoghi di culto (che da noi, per numero di partecipanti, restano soprattutto le chiese) continuano imperterriti nella loro funzione.

Sia chiaro: le restrizioni servono e purtroppo non si può fare finta di niente di fronte ai numeri, negare che la situazione sia gravemente compromessa e che il sistema sanitario nazionale sia alle soglie dello stress è qualcosa di cui farsi carico, lontano da negazioni irresponsabili e da polemiche sterili. Che però nei prossimi giorni non si possa andare a teatro o al cinema (così come in piscina e al ristorante), mentre si potrà comodamente andare a messa è qualcosa che pone dei legittimi dubbi e che richiederebbe qualche risposta.

Per onestà intellettuale, almeno, e per capire come dalle parti del Governo disegnino le priorità. E così qualche domanda varrebbe farla, varrebbe farsela.

Il ministro alla cultura Dario Franceschini oggi si è lanciato in un dolcissimo tweet in cui dice testualmente «Un dolore la chiusura di teatri e cinema. Ma oggi la priorità assoluta è tutelare la vita e la salute di tutti, con ogni misura possibile. Lavoreremo perché la chiusura sia più breve possibile e come e più dei mesi passati sosterremo le imprese e i lavoratori della cultura».

Al di là della retorica e del paternalismo c’è un dato su tutti: su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati con una media di 130 presenze, dal 15 giugno ad inizio ottobre, si registra un solo caso di contagio da Covid 19 sulla base delle segnalazioni pervenute dalle ASL territoriali.

La decisione quindi è sostenuta dai numeri? No, spiace, proprio no.

La decisione è la fotografia dell’agenda delle priorità del governo: in questo Paese, ancora, ancora una volta, la cultura è la vittima sacrificabile che può essere spenta per prima al momento del bisogno. Se in un teatro può essere garantito il distanziamento fisico (e i numeri dei teatri e dei cinema infatti raccontano che non ci sono mai stati casi di cluster di contagio) allora sfugge che differenza possa esserci con le panche di una chiesa.

Nelle cronache di questi ultimi mesi abbiamo letto di decine di casi in cui una funzione religiosa (che fosse un matrimonio o un funerale) è stata foriera di una serie di contagi che si sono allargati a macchi d’olio. Basta una ricerca veloce veloce su Google per rendersene conto, non c’è bisogno nemmeno di complicate task force.

C’è un altro punto, sostanziale: chi frequenta le messe? Una platea soprattutto di anziani, quelli stessi più deboli nella pandemia, quelli che si dovrebbero proteggere e che andrebbero protetti. Ma davvero siamo sicuri che un cinema o un teatro che rispettano le regole debba essere più pericoloso rispetto a una liturgia religiosa? Dai, non prendiamoci in giro, su. E allora che si dica chiaramente che su questa questione della religione (e della Chiesa quella maiuscola) ancora una volta il Governo dimostra la sua morbidezza per evitare conflitti. Chiudiamo tutto, dicono, tranne le messe.

E allora sorge un altro dubbio: ma a differenza dei teatri non è che la preghiera possa essere svolta tranquillamente nel proprio domicilio? Sì, certo che sì. E allora come funziona che mentre il cibo si sposta a domicilio le preghiere invece abbiano bisogno di essere stanziali? È una situazione curiosa, tocca ammetterlo. È una questione di “cibo per lo spirito”? Benissimo. E la cultura, no?

No, no: la cultura val bene una messa e si gioca con i fanti ma bisogna lasciare stare i santi. Passano i secoli, passano i DPCM e noi siamo sempre qui, a registrare con un certo sconforto un Paese che è laico nella Costituzione ma non riesce mai a essere laico di costituzione. A posto così.

Scrittore e giornalista.


Contatti:
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments

Contatti:
Giulio Cavalli

Scrittore e giornalista.

Leggi anche

Contents.media