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L’opinione di Giuseppe Gaetano

Nonostante i contagi, c’è chi si oppone anche a una zona rossa ormai simbolica

E, intanto che Governo e Regioni litigano, la sola vera stretta anti Covid è per ristoranti e attività culturali, che pagano il prezzo più alto per tutti.

ultimo dpcm del governo

Il Decreto di metà gennaio arriva al traguardo con l’alito pesante di Renzi sul collo, e alla faccia del virus che galoppa. “Non è accettabile che nel 2017 ci siano ancora i piccoli partiti che mettono veti” twittava alle 23:45 del 17 maggio 2017, appena rieletto a una fallimentare segretaria Pd.

E allora si discuteva del limite del 5% di preferenze come soglia di sbarramento per l’ingresso in Parlamento, non del 3 scarso.

Secondo Ipsos, un italiano su 2 non ha ancora capito bene cos’è successo: incomprensibile a ogni scienza politologica a cosa miri e fin dove voglia spingersi Renzi, se non il mero tirar fuori il naso dal tappeto sotto a cui l’hanno rifilato i consensi.

In questo scenario impensabile, a una settimana dall’ultimo Dpcm ne subentra un altro che individua il campionario minimo di misure che accompagnerà l’Italia fino al 5 marzo, portando a 12 le regioni arancioni e a 2 le rosse più la provincia autonoma di Bolzano.

Sempre secondo i famosi 21 parametri definiti dal decreto 21 aprile, che alla fine non sono stati più aggiornati. Poco cambia ormai rispetto al giallo, visto il blocco di divieti comuni a ogni area e in vigore già da tempo: coprifuoco, stop ai movimenti tra regioni (fino al 15 febbraio), no a sport e spettacolo. Salvo “rinforzi” locali, già sbocciati come varicella.

La sola vera stretta anti Covid è per ogni attività ristorativa che non sia pure ristorante.

L’opposizione non voleva neanche questa: presto vedremo cosa combineranno a Palazzo Chigi, quali inedite e risolutive strategie partoriranno. Intanto bar, pub, pasticcerie, gelaterie, tavole calde e fredde dovranno rinunciare all’asporto dopo le 18 visto che le multe, ai bivacchi vicino ai locali per la consumazione, sono rimaste un miraggio.

Come un miraggio è, allo stato, la fantasticata zona bianca: un’oasi felice, con Rt sotto 1 e meno di 50 casi a settima ogni 100mila abitanti, dove toccherà tuttavia continuare a mantenere le distanze e indossare la mascherina.

Un bianco crema, giallino. I contenuti dei decreti continuano a ventilare più ipotesi di aperture che coscienziose chiusure, come mostre e musei in zona gialla: unica, simbolica concessione al comparto cultura che, a seconda dei futuri bollettini, potrebbe avere le ore già contate.

Eppure da Natale ascoltiamo da governo e Cts allarmi sull’arrivo della terza ondata, esortazioni quotidiane a non abbandonare le restrizioni in vigore e anzi adottarne di più stringenti. Per ora nessuno va in bianco, ma neanche tanti in rosso. Almeno il governatore siciliano Musumeci l’ha chiesto personalmente: fosse stato per Fontana invece la Lombardia – con la sfilza di tristi record internazionali che detiene – andava bene com’era.

I contagi aumentano, i ricoveri pure, i vaccini si contano e – dopo aver portato per 7 giorni tre quarti della penisola in giallo, subito dopo le feste – c’è ancora chi si oppone a un rosso ormai simbolico dato che – oltre ad alimentari, farmacie e tabacchi – restano aperti ferramenta, negozi di giocattoli, cartolibrerie, boutique di intimo e di sport (da fare a casa). Facciamo prima a dire chi chiude. Nonostante il ministro Speranza rilevi “un peggioramento generale della situazione epidemiologica in Italia, nuovamente in fase espansiva”, l’istituzione di red zone legate a focolai circoscritti è delegata alla responsabilità degli enti locali. Più che tricolore, l’Italia delle vie di mezzo è monocromatica: un arancio a pois, con qualche spunta scura ai lati. Gattopardesco, perché nulla cambi.

Anziché incaponirsi su una tavolozza sfuocata altri paesi, come Germania e Gran Bretagna, non esitano a tirare un’unica striscia rossa a tempo indeterminato su questo inizio anno, sull’intero territorio nazionale: saranno le curve a cancellarla, quando grazie ai vaccini diventeranno meno pericolose.

La scuola – penalizzata pure rispetto a estetisti e parrucchieri – è un dente a parte, dolorosissimo: si potevano inserire docenti e bidelli tra le prime categorie di vaccinandi, se l’istruzione è davvero così importante. Si procede in ordine sparso, ma almeno le superiori difficilmente rivedranno un barlume di continuità in presenza prima di febbraio: la luce, per loro, prosegue a intermittenza.

L’ennesimo Decreto doveva coincidere con il quinto Ristori, la carota agganciata al bastone: rinviato anche questo causa crisi di governo, è quello che più interessa a tanti italiani. Si parla di accettata ai codici Ateco per ogni partita Iva, proroga della cig, altri 1000 euro ai lavoratori danneggiati dal lockdown a prescindere dal colore della regione.

Tra le varie misure all’insegna del sempre meglio che niente ce n’è una però – la conferma della rottamazione delle cartelle esattoriali e il saldo e stralcio – che serve a bloccare 50 milioni di atti del Fisco ai nastri di partenza, definiti “non recuperabili” ma intestati non solo ad aziende fallite e persone decedute: altrimenti non si chiamerebbe “rottamazione” o “pace fiscale”. Osannata dalla destra rigorista, se non viene mirata sui reali indigenti ma estesa in maniera indiscriminata rischia di tramutarsi in uno schiaffo ai contribuenti, datori e dipendenti, che le tasse le hanno sempre pagate e hanno fatto i salti mortali, anche in piena emergenza, per non indebitarsi coi soldi degli altri.

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