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Ponte a Santa Trinita
Firenze

Ponte a Santa Trinita

IL PONTE A SANTA TRINITA

E a dì di 15 settembre 1570, fu finito di disarmare e apparve ad ognuno come veramente è, bello, vago e sfogato…

Da Diari, Lapini

Nessun critico estetico, nessuno mai è riuscito a dare del Ponte S. Trinita una definizione migliore, tanto questa del diarista Lapini è perfetta.
Dal 1540 la famiglia dei Medici aveva abitato nel Palazzo di Via Larga fin quando Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande Nere, volle insediarsi nel Palazzo della Signoria. Sua moglie, la spagnola Eleonora di Toledo, non contenta della decisione del marito acquistò il Palazzo Pitti, situato dall’altra parte dell’Arno sulle pendici della collina di Boboli e dopo il 1543 la famiglia granducale vi si trasferì. Cosimo avrebbe poi provveduto a mettere in comunicazione il Palazzo Pitti con il Palazzo della Signoria per mezzo del corridoio vasariano ma di certo attraverso di esso i cocchi non avrebbero potuto transitare come non avrebbero potuto avere accesso al ponte Vecchio, ormai diventato ponte mercato.
Accadde che una piena dell’Arno, una di quelle piene che periodicamente invadevano Firenze, nel 1557 si portò via il Ponte di S.

Trinita insieme al Ponte alla Carraia. Cosimo incaricò quello che allora era il suo architetto di fiducia, Bartolomeo Ammannati, di ricostruirli entrambi. Il Ponte alla Carraia, come si evince dal suo stesso nome, doveva servire esclusivamente al transito dei carri, divenire insomma un tipico ponte mercantile, mentre il Ponte S. Trinita da quel momento sarebbe stato destinato al solo transito dei cocchi, un passaggio d’onore che doveva unire solennemente la Via Maggio (cioè maggiore) a Via de’ Tornabuoni consentendo un agevole spostamento alla famiglia de’ Medici dal Palazzo Pitti al Palazzo Vecchio. Il Ponte alla Carraia fu infatti ricostruito dall’Ammannati immediatamente badando soltanto alla solidità e alla comodità, mentre per il Ponte S. Trinità decise di consultare Michelangelo che viveva già a Roma.
L’ispirazione di Michelangelo dovette fluttuare a lungo nella dimensione del perfetto, dato che i lavori ebbero finalmente inizio soltanto dieci anni dopo la piena, il 3 aprile 1567 ed ebbero inizio con la benedizione di un’Ave Maria suonata in una piccola cappella messa lì apposta per l’occasione.

«Sentendola suonare tutti gli operai si inginocchiarono e, recitata l’Ave Maria, piantarono subito il primo palo, e al primo colpo si ruppe il canapo», (Lapini, Diari).
Il lavoro durò quattro anni «E a dì di 15 settembre 1570, fu finito di disarmare e apparve ad ognuno come veramente è, bello, vago e sfogato».
Il Baldinucci chiamò gli archi del ponte ovati, una innovazione architettonica che si inaugurò a Firenze in pieno Cinquecento. Anche i fiorentini notarono la particolare linea delle arcate e la chiamarono “a manico di paniere”.
Venne giudicato a ragione “il più meraviglioso ponte d’Europa”. La sua bellezza era totale, dovuta anche alla parte decorativa di quei cartigli marmorei applicati sulle chiavi di volta. Le statue invece erano addirittura state sconsigliate da Michelangelo e non previste dall’Ammannati, infatti vi furono collocate quando tutti e due furono già belli che morti, nel 1608, in occasione delle nozze di Cosimo II con Maria Maddalena d’Austria.

Provenivano da un giardino degli Acciaiuoli e rappresentavano le quattro stagioni: la Primavera scolpita da Pietro Francavilla, l’Estate e l’Autunno scolpite da Giovanni Caccini e l’Inverno scolpita da Taddeo Landini.
Venne infine il 1944 ed il ponte fu minato dall’esercito tedesco in ritirata nella notte fra il 3 ed il 4 agosto. Una notte drammatica per Firenze, straziante, una notte seguita da infinite polemiche, rabbie mai sopite, insulsi palleggi di responsabilità e successivi contrasti fra lo Stato italiano che voleva la ricostruzione del ponte in cemento armato e il Comune di Firenze, fortemente spalleggiato da un comitato internazionale, che lo rivoleva «dov’era e com’era». E così fu, il ponte venne fortunatamente ricostruito dov’era e com’era, inaugurato nel 1958 dalle autorità dello Stato, della Chiesa e del Comune e con tutti gli operai insigniti della Croce di cavaliere. Mentre questo accadeva a Firenze, in tutto il mondo si poteva leggere una pubblicazione in tutte le lingue che diceva: «Avete mai visto questa donna? Ha un’età di circa trecentocinquant’anni.

È di color marmo bianco, pesa venti libbre. Tremila dollari di ricompensa a chi la segnala». Era la testa della Primavera che non fu ritrovata tra le macerie del ponte. Va da sé che tremila dollari all’epoca avrebbero fatto gola a chiunque, non c’è quindi da meravigliarsi se le segnalazioni piovvero a secchiate da ogni angolo del pianeta, tutte fantasiose chiaramente, dato che la testa fu rinvenuta tre anni dopo fra i ciottoli in riva all’Arno.
«La guerra è finita a Firenze. Ecco, nell’autunno dei cuori, rinata la Primavera. Una testa di donna, neppure bellissima, ma simbolo d’una ferita che si richiude», Giovanni Grazzini.

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