Proteste in Egitto: ripercorriamo le tappe - 3°puntata - Notizie.it
Proteste in Egitto: ripercorriamo le tappe – 3°puntata
Economia

Proteste in Egitto: ripercorriamo le tappe – 3°puntata

NASCITA E SVILUPPO DELLE TENSIONI CONFESSIONALI

Storicamente, l’origine di tali tensioni va fatta risalire all’intervento coloniale delle potenze europee in Medio Oriente, di cui le ingerenze inglesi e francesi nell’impero ottomano, il pretesto che fu addotto fu quello di proteggere le comunità non musulmane, rappresenta il prologo vero e proprio.
Va rilevato che l’intervento straniero si fa sentire pesantemente ancora oggi nella regione, un esempio fra tutti è dato dall’Iraq, dove l’invasione militare americana ha avuto un ruolo determinante nel disegnare il nuovo Stato iracheno su basi etniche e settarie, contribuendo in grande misura ad approfondire le divisioni tra sunniti, sciiti e curdi.
In Egitto, l’armonia confessionale fra cristiani e musulmani che aveva regnato nel paese durante la lotta per l’indipendenza e nella successiva fase monarchica (le colpe della monarchia furono altre) cominciò a incrinarsi con la rivoluzione degli “ufficiali liberi” guidata da Gamal Abdel Nasser nel 1952.
Successivamente Anwar al-Sadat, divenuto presidente dopo Nasser, ricorse a una strumentalizzazione politica dell’Islam, alleandosi con i movimenti islamici per neutralizzare l’opposizione laica, socialista e marxista, salvo poi dover fare i conti con la collera di tali movimenti quando firmò il trattato di pace con Israele.
Di fronte a un rafforzamento della retorica religiosa e confessionale nel paese, la minoranza cristiana cominciò a percepire se stessa sempre più come una comunità unitaria caratterizzata da un’identità egiziana locale, la quale andò a scapito della sua precedente identità araba.
Bisogna ricordare che storicamente i cristiani dell’Egitto e di altri paesi mediorientali si sono sempre considerati parte integrante del mondo arabo, ed hanno avuto un ruolo di primo piano nelle lotte per l’indipendenza di questi paesi, così come nei movimenti panarabi.
Il fatto che la comunità copta abbia cominciato a percepire se stessa come una comunità separata dal resto del tessuto sociale egiziano ha rappresentato dunque un fenomeno nuovo, fenomeno provocato in parte dall’intervento americano in medio – oriente, in particolar modo in Iraq . Parallelamente al costituirsi di questa nuova identità, la Chiesa copta cominciò ad assumere un ruolo politico fin dagli anni ’70 in Egitto, emergendo progressivamente come unico rappresentante della comunità cristiana di fronte allo Stato.
Ciò da un lato fece sì che i cristiani laici si ritrovassero privati di una propria rappresentanza politica, dando la falsa impressione che la comunità copta fosse politicamente omogenea, e dall’altro generò un rapporto distorto fra tale comunità e lo Stato, a causa del ruolo politico acquisito dalla Chiesa.
Tutto questo andò di pari passo con un rafforzamento della retorica islamica in Egitto e negli altri paesi arabi, in primo luogo in conseguenza del fallimento del panarabismo (che portò alla fine delle speranze in un’unità panaraba, ed al radicamento di Stati autoritari e non democratici nei singoli paesi arabi), e successivamente in conseguenza della campagna panislamica appoggiata dagli Stati Uniti, e finanziata dall’Arabia Saudita e da altri paesi arabi, per combattere i sovietici in Afghanistan.
Attraverso tale campagna, i regimi arabi non democratici tentarono di dirottare contro un “nemico esterno” la forza d’urto dei movimenti islamici sorti come movimenti di opposizione all’interno dei loro paesi, “esportando” all’estero l’ideologia islamista.

Questo tentativo si sarebbe risolto in un boomerang per tali regimi – come la storia ha poi dimostrato – con la nascita di al-Qaeda.
Il ruolo politico della Chiesa copta è emerso chiaramente, in occasione delle elezioni presidenziali del 2005, quando il papa copto Shenuoda III intervenne personalmente e apertamente chiamò alla mobilitazione i cristiani egiziani a votare per il presidente Mubarak. Il Papa copto sperava che in cambio il regime avrebbe preso in considerazione le rivendicazioni dei copti (essere maggiormente rappresentati nelle istituzioni locali e statali, ottenere una legge non discriminatoria per quanto concerne la costruzione dei luoghi di culto, ecc.).
In generale, la Chiesa copta ha cercato di mantenersi in buoni rapporti con il regime sperando di ricavarne qualche vantaggio, ma il calcolo si è dimostrato errato. Dal regime essa ha ottenuto ben poco, mentre è invece stata accusata da diversi esponenti dell’opposizione egiziana di lasciarsi manipolare, o addirittura di spalleggiare il governo, facendo così gli interessi di un regime non democratico che non solo non riconosce i diritti dei copti, ma calpesta quelli dell’intero popolo egiziano.
Da più parti la Chiesa copta è stata invitata a smettere di offrire la propria lealtà al regime senza ricevere nulla in cambio, e ad unirsi alle file dell’opposizione per chiedere un governo democratico che garantisca pari diritti a tutti i cittadini, cristiani e musulmani.
Un altro esempio di come il regime manipola il discorso religioso e le differenze settarie lo si può trarre dal suo atteggiamento nei confronti del salafismo egiziano.

Il movimento salafita ha cominciato a diffondersi in Egitto soprattutto nell’ultimo decennio. Si tratta di un movimento dogmatico, letteralista nell’interpretazione dei testi sacri, che era estraneo alla tradizione musulmana egiziana, essendo importato dall’Arabia Saudita.
Dopo le elezioni parlamentari del 2005, nelle quali i Fratelli Musulmani raggiunsero un ottimo risultato ottenendo 80 seggi in parlamento, il regime avviò una campagna di repressione nei confronti di questo movimento islamico lasciando invece campo libero alla diffusione del salafismo, visto come un contrappeso ai Fratelli Musulmani.
Le correnti salafite, che hanno avuto nei canali satellitari (sauditi, e non solo) un potente mezzo di propaganda, e che hanno fatto proprio della città di Alessandria una delle loro roccaforti, sono essenzialmente apolitiche, e come tali non sono state considerate come una minaccia diretta per il regime, a differenza dei Fratelli Musulmani. Ma l’Islam propugnato da tali correnti è molto più conservatore ed intollerante di quello che contraddistingue i Fratelli Musulmani, e le recenti tensioni settarie scoppiate proprio fra salafiti e copti lo hanno dimostrato.

Non si può poi escludere che correnti minoritarie del salafismo approdino a un discorso politico (inevitabilmente intransigente), e ricorrano a mezzi violenti per promuoverlo.
Fine 3° puntata – segue

© Riproduzione riservata

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Leggi anche