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Putin, contro il terrorismo islamico un fronte unito come contro Hitler
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Putin, contro il terrorismo islamico un fronte unito come contro Hitler

A lanciare il proclama è stato il leader russo Vladimir Putin: per combattere l’Isis, occorre che la comunità internazionale formi un fronte unico e unito, come fatto a suo tempo contro Adolf Hitler.

Lo ha fatto in chiusura del G20, da Antalya, in Turchia, e, per dare risalto ancora maggiore alla propria affermazione, ha anche dichiarato che fra i finanziatori dell’Isis ci sono anche diversi cittadini di Emirati Arabi, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Poco prima, re Salman, sovrano dell’Arabia Saudita, aveva pronunciato un discorso contro i “terroristi diabolici”, descrivendoli come molto difficili “da sconfiggere”. Non è mancato l’imbarazzo e non sono mancati i dubbi circa l’appropriatezza del paragone con Hitler. Ma, più di tutto, sembra che nessuno abbia, in realtà, cambiato idea rispetto a prima.

Barack Obama si mantiene più prudente che mai, perché gli USA valutano la possibilità di un maggiore intervento in Siria da mesi, ben prima degli attentati di Parigi, e non sono mai arrivati alla conclusione che possa essere davvero conveniente modificare la strategia basata sui raid aerei.

Non si muove neppure la Gran Bretagna, che ieri ha stabilito di stanziare quasi due miliardi di sterline per rafforzare i propri servizi segreti, facendo capire in modo molto chiaro che a Londra si ritiene prioritario proteggere i propri confini tramite l’intelligence. La Francia marcia con in testa Hollande, costretto dal momento ad assumere posizioni che mai avrebbe sostenuto se fosse stato all’opposizione. Così facendo, con annesse dichiarazioni di guerra e manifestazioni di solennità, all’atto pratico Parigi sta proseguendo dritta per la strada già intrapresa tempo addietro, cioè quella dei raid aerei contro gli obiettivi Isis. Non potrebbe fare altrimenti, del resto, Hollande, o rischierebbe di spaccare il proprio paese e lasciare il campo libero alle opposizioni estremiste, che in questo momento delicato è meglio tenere ai margini. Resta infine improntata alla massima prudenza la posizione dell’Italia, con Renzi che invoca di procedere “senza isterismi” e il ministro Pinotti che, ieri, ha dichiarato che “la lotta al terrorismo non si gioca soltanto con lo strumento militare.

C’è il tema della propaganda sul web, quello dei finanziamenti, quello delle indagini e dell’intelligence. Quindi ritengo che le possibilità per collaborare maggiormente possano essere molte”. Insomma l’Italia, in questo momento, allineata in ciò agli USA (e non è una sorpresa), non ritiene che la strada da percorrere sia quella di un maggior impegno militare.

Il dubbio è che Stato Islamico e terrorismo abbiano moltissimi punti in comune, ma non siano la stessa cosa. Nel primo caso, si tratta di una enorme forza politica sunnita che agisce in Medio Oriente, trovando il supporto più o meno esplicito degli altri gruppi sunniti ivi presenti (parte della Turchia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi) e l’opposizione degli sciiti (primo fra tutti l’Iran, con il quale si è arrivati alla distensione in materia di nucleare solo quest’estate). Il terrorismo è invece un’arma nelle mani dei miliziani, ma, ancor più, di coloro che operano al di fuori delle aree di combattimento, e che mirano a indebolire il mondo occidentale, responsabile di infedeltà religiosa (pretesto) e di egoismo economico (realtà). L’Isis è uno stato autoproclamato, possiede un esercito e, con adeguati mezzi militari, potrebbe con ogni probabilità essere sconfitto.

Il problema del terrorismo, invece, di quel terrorismo che ha portato alle stragi di Parigi, per quanto collegato, specie a livello organizzativo, con lo Stato Islamico, è la manifestazione di un malcontento profondo, che spinge cittadini europei (e lo sono, europei, a tutti gli effetti) a trovare risposta al loro disagio nella dottrina islamica estremista. Forse alcuni terroristi, o aspiranti terroristi, hanno genitori o addirittura nonni non europei che la società giudicherebbe integrati alla perfezione, eppure scelgono di rivolgersi allo Stato Islamico per concretizzare il loro ruolo sociale e politico. Contro un fenomeno di questo genere è probabile che le armi possano fare molto poco.

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