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04/11/2011 | di Franco Cavalleri

Quando l’ideologia fa danni

Il Belgio abbandona l’energia nucleare. L’annuncio è stato dato questa settimana, ma la notizia, in realtà, è vecchia di diversi anni. E’ dal 2003, infatti, che il piccolo paese a cavallo tra Canale della Manica e Mare del Nord porta avanti piani per l’abbandono del nucleare. Le basi legali erano già state predispote, ma nessun passo efettivo era mai stato fatto: fino, appunto, a questi ultimi giorni.

Una decisione, quella belga, legata a quanto successo in Giappone lo scorso mese di marzo e, soprattutto, alla decisione di chiudere le proprie centrali del gigane tedesco con cui confina? Bruxelles nega – e non potrebbe essere altrimenti – ma il dubbio, da parte degli osservatori, è molto forte. fatto sta che, qualunque sia il motivo alla base della decisione, il paese che ospita la sede delle istituzioni dell’Unione Europea diventa il terzo stato membro dell’UE (gli altri due sono Germania e Italia) ed il quarto dell’intero continente (fuori UE c’è la Svizzera) a prendere una tale decisione.

Forti dubbi, sulla possibilità che il piccolo paese possa portare avanti con successo – e senza danni – una tale decisione vengono esposti da Electrabel, la utility belga dell’energia.

“Completamente irrealistica”, questa a definizione che sarebbe stata data dai vertici dell’azienda alla decisione del governo.

Il Belgio, in effetti, non dispone certo di risorse naturali sue, in grado di assicurare quanto serve per rispondere alla domanda di energia. Pretendere di passare rapidamente da un modello, un mix energetico, che comprende carburanti fossili ed energia nucleare, ad u altro dove il nucleare è assente e le fonti rinnovabili la fanno da padrone non p obiettivo che gli osservatori vedano alla portata del paese.

A dispetto delle difficoltà implicite ad un passo del genere, il governo ha sì deciso cosa fare – abbandonare il nucleare e puntare sulle rinnovabli – ma è ancora ben lontano dall’indicare come farlo. Nessun dettagluo sui progetti futuri è stato reso noto, infatti, stando almeno alle fonti di informazione disponibili.

Cosa significa? Semplicemente, che il Belgio potrebbe trovarsi esposto, nel brevissimo e el breve termine, a condizioni di approvvigionamento energetico quanto meno difficili.

Il Begio importa gran parte del suo fabbisogno di energia: secondo i dati della International Energy Agency, il rapporto tra import e produzione nazionale è di 4 a 1. Di quell’1, il 30% è energia nucleare. Chiudere i reattori vuol dire che la percentuale di dipendenza dall’estero del Belgio si appresta a passare dall’80 per cento circa a quasi il 90%!

La decisione ha tutta l’aria di essere improntata alla ‘furia’ ideologica dei fautori delle rinnovabili a tutti i costi (soprattutto quando i costi sono degli altri).

“I cambiamenti climatici richiedono di passare ad un’economia completamente rinnovabili per quanto riguarda l’energia; i primi passi da fare sono evitare di trovarsi intrappolati con l fonti fossili ed il nucleare; a quel punto il Belgio dovrà mettere in mostra tutto il suo potenziale nel campo dell’energia rinnovabile, ma la sua dipendenza dall’importazione di energia diventerà più trasparente quando una grande quota di energia rinnovabile dovrà essere importata”, ha detto il Professor Aviel Verbruggen, esperto di energia alla Università di Anversa e opinion leader nella materia.

Come dire: per convincere i belgi ad abbracciare le fonti rinnovabili bisogna costringerli a scegliere tra patire il freddo o apire il protafogli.

Solo allora si convinceranno che occorre investire nel vento (unica rinnovabile alla portata del paese, il Belgio non brilla certo per il numero di ore di sole).


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