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Quella mano tesa che nella scuola di Lecce è stata tirata indietro

La mano testa che la scuola dà, o dovrebbe dare, proprio a quelli che dalla scuola sembrano più lontani. Perché insegnare significa esattamente quello che la dirigente di Lecce non ha voluto fare: imparare a farlo proprio dove farlo è più difficile.

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La preside della scuola media Alighieri di Lecce che ha deciso di escludere alcuni alunni dalla gita perché ritenuti dei “quasi delinquenti” ha dimenticato la differenza fra impugnare il lume della ragione e seguirlo fino a dove conduce la missione che si è data.

Non ha colto il distinguo perché avere ragione su una situazione difficile non deve dare sempre la stura a decisioni che si conformino alla rotondità del contesto.

Ora, noi potremmo continuare per chilometri di formichine nere digitate in tastiera a fare sfoggio di erudita verve critica ma ci andiamo giù di sintesi: quando pur avendo le tue “buone ragioni” metti la tua mission prima delle stesse quella cosa di solito si chiama scuola.

Perché la scuola è esattamente il posto dove la tenacia di quello che si è a volte stancamente chiamati ad ottenere o quanto meno ad inseguire vince sempre sulla opportunità cartesiana di mandare in vacca quei tentativi.

Abbozziamo lo scenario, il “concertato”, come lo chiamava Guareschi: abbiamo degli alunni molto più che irrequieti, abbiamo delle famiglie allo sbando ed abbiamo una scuola che dei frutti di quello sbando non vuole diventare portatrice sana.

Perciò la soluzione (sofferta e centellinata solo un altra volta, a detta della dirigente) è stata quella “infettivologica” di punire dei ragazzini delle medie escludendoli dalla gita al mare in programma.

Attenzione che qui scatta l’upgrade: si è deciso non di sanzionare l’intera classe, ma di isolare, asportare chirurgicamente e mettere nell’angolo solo e soltanto gli alunni che sarebbero “al limite della delinquenza minorile”. E abbiamo anche una motivazione sociologica forte eh? Colpa delle famiglie: “Nessun genitore può pretendere che la scuola ponga rimedio, in cinque ore al giorno, a quanto non viene insegnato a casa”.

Cosa c’è di più esemplare? Cosa c’è di maggiormente logico? E a pensarci bene, cosa ci sarebbe potuto essere di più aberrante? In tutta questa faccenda sembra sia passata completamente e colpevolmente inosservata una faccenda: che l’obbligo di ogni plotone è di camminate alla velocità esatta del suo uomo più lento, e che il più ligio, tonico e nevrile dei suoi componenti non imparerà mai nulla di buono se non sarà partito dalla mano tesa a quello “lento”.

La mano testa che la scuola dà, o dovrebbe dare, proprio a quelli che dalla scuola sembrano più lontani, la mano aperta e sudata di stress, ma pronta ad afferrare comunque, che dalle aule si protende a pescare nelle miserie della società. E ci prova diamine, almeno ci prova, senza sosta ci prova, in ogni caso ci prova, a fare quello che in famiglia non è stato fatto e a tira fuori un mezzo galantuomo da un mezzo teppista. Perché insegnare significa esattamente quello che la dirigente di Lecce non ha voluto fare: imparare a farlo proprio dove farlo è più difficile.

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