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Rapporto 2011 di Amnesty International sulla pena di morte
Esteri

Rapporto 2011 di Amnesty International sulla pena di morte

Secondo Amnesty International i condannati a morte nel 2011 sono 676, 149 in più rispetto al 2010. Senza contare la Cina, dove sono migliaia.

Segue l’Iran, con + 360 (addirittura la metà del bilancio mondiale), l’Arabia Saudita, con + 82, e l’Iraq e spesso le esecuzioni vengono eseguite pubblicamente e coinvolgono anche minori (drammatica per esempio è la situazione in Iran).

“In questi paesi, molti di questi condannati non sono in grado difendersi, non conoscono nemmeno i capi di accusa” ha precisato Anne Dennis, responsabile della commissione della pena di morte di Amnesty International.

La maggior parte dei condannati lo sono per spaccio di stupefacenti, l’omicidio, l’ apostasia, adulterio, “ostilità nei confronti di Dio”, accusa che viene utilizzata anche contro i dissidenti politici e persino la stregoneria (recentemente vi è stata una donna decapitata con quest’accusa in Arabia Saudita). Nella Repubblica Democratica del Congo si viene condannati a morte anche per commercio di ossa umane.

Naturalmente poi ci sono gli Stati Uniti, unico Paese del G8 ad impiegare ancora la pena di morte (tranne per esempio l’Illinos e l’Oregon che ha annunciato una moratoria fino al 2015). Qui sono state praticate 43 esecuzioni lo scorso anno, tre in meno del 2010.

L’hanno abolita invece 96 Paesi altri nove l’hanno abolita per i delitti ordinari, mentre alti 35 sarebbero quasi pronti ad abolirla.

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