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Manchester: la regina Elisabetta visita i feriti dell’attentato

La regina Elisabetta visita i giovani feriti dell'attentato. Si è recata all'ospedale pediatrico di Manchester, dove è stata accolta dagli applausi.

Regina Elisabetta

L’attentato

Ormai tutti conoscono l’attentato di Manchester di pochi giorni fa. Nella Manchester Arena, dove una folla era riunita per assistere al concerto di Ariana Grande, dei terroristi hanno fatto esplodere un ordigno. Più di 23 persone riportano tutt’ora ferite gravi.

Colpisce ancor di più la massiccia presenza di minori, anche loro inesorabilmente coinvolti e feriti. Per l’esattezza 12 minori, attualmente ricoverati nell’ospedale pediatrico di Manchester. Le autorità britanniche hanno identificato altri due feriti: Courtney Boyle, 19 anni, e Philip Tron, 32 anni.

La visita della Regina

La Regina Elisabetta ha dichiarato sin da subito di essere addolorata per l’accaduto e oggi ha voluto dimostrare praticamente la sua partecipazione al dolore delle famiglie coinvolte.

Oggi, infatti, la Regina ha fatto visita proprio alle vittime più giovani, ai minori ricoverati all’ospedale di Manchester.

Regina Elisabetta

La Regina è stata accolta da uno scroscio di applausi, da parte dei piccoli degenti e del personale dell’ospedale.

Ha iniziato così il suo lungo giro, andando a visitare uno per uno i piccoli pazienti. Ha parlato con i loro genitori, che assistevano speranzosi i propri figli. Ha avuto per tutti parole di conforto, dimostrando la sua vicinanza ai suoi sudditi. “E’ stato uno shock per tutti, ma siamo uniti“. Dopo aver fatto visita a tutti i piccoli feriti, la Regina ha voluto vedere e conoscere anche infermieri e dottori che si stavano occupando di loro.

Regina Elisabetta

Anche con medici e infermieri la Regina ha usato parole confortanti e incoraggianti. Loro sono fra gli eroi e salvatori di quelle povere vite che avrebbero potuto essere perse per sempre.

Le ultime notizie

Mentre la Regina Elisabetta cerca di offrire supporto morale alla popolazione, nuove notizie giungo dalle indagini sull’attentato. Pare che il kamikaze già identificato come artefice principale, Salman Abedi, non fosse solo, ma affiancato da un artificiere. Quest’ultimo, però, non è ancora stato identificato. Non si fermano, però, gli arresti delle forze dell’ordine. Hanno fermato, infatti, altre otto persone sospettate di aver preso in qualche modo parte all’operazione.

Messaggi mancati

Nel prosieguo delle indagini è venuta a galla una grossa falla nel sistema di sicurezza antiterroristica britannico. Pare che un parente del giovane Abedi avesse provato in tempi non sospetti a segnalarlo come elemento pericoloso. Non solo il MI5 – i servizi segreti britannici – ma anche altre autorità avevano ricevuto diverse segnalazioni che attribuivano ad Abedi atteggiamenti pericolosi, con tendenze estremiste. Nessuno, però, ha mai pensato di interrogare Salam, fermarlo, controllare che le denunce avessero fondamento. Il massimo dell’indagine su Abedi era stato controllare il suo rapporto con un artificiere che viveva nei pressi, ma il MI5 non diede seguito all’indagine. Il ragazzo risultava estremista e pericoloso anche agli occhi della sua stessa comunità: era stato allontanato dalla moschea di Didsbury e uno dei segnalatori della sua pericolosità era un leader della comunità musulmana di Manchester.

L’intrusione dell’intelligenze americana

Altro elemento che porta amarezza è la cattiva gestione delle informazioni. La condivisione di informazioni con gli Stati Uniti ha passato il limite, creando una situazione di pericolo per il Paese e dando forse un vantaggio ai terroristi. Sono state addirittura pubblicate le foto che mostrano nel dettaglio l’ordigno esploso. Per questo motivo, non potendo sostenere una condivisione equa di informazioni, il ministro britannico degli Interni Amber Rudd ha interrotto del tutto le comunicazioni di dati sensibili con gli USA.


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