Replica minoranza PD a Renzi: "Non può dettare regole del congresso"
Replica minoranza PD a Renzi: “Non può dettare regole del congresso”
Politica

Replica minoranza PD a Renzi: “Non può dettare regole del congresso”

Replica minoranza PD a Renzi: "Non può dettare regole del congresso"
Il portavoce della minoranza PD all'Assemblea nazionale è stato Guglielmo Epifani.

Non può essere l’ex segretario a decidere tempi e regole del congresso. Questo il nucleo della replica della minoranza PD all’intervento di Renzi all’Assemblea nazionale.

Ha parlato per tutti Guglielmo Epifani, ribadendo che l’accelerazione sulla strada del congresso è stata una forzatura e replicando con altrettanta durezza all’aspra relazione di Matteo Renzi. L’ex segretario reggente del Partito democratico, che traghettò i dem nella difficile fase successiva alle dimissioni di Bersani, non ha usato giri di parole nella sua contro-relazione. Epifani è stato scelto dalla minoranza PD come portavoce per presentare ai delegati riuniti all’hotel Parco dei Principi per l’Assemblea nazionale, che ha sancito l’ufficialità delle dimissioni di Renzi, le ragioni di Speranza, Rossi ed Emiliano, i tre che si candidano a sfidarlo nella scalata al partito.

Epifani ha contestato a Renzi l’uso della parola “ricatto” nei confronti delle iniziative della minoranza, una termine che “non andava usato”, poiché in un partito il rispetto deve essere reciproco.

L’ex segretario della CGIL, con i soliti toni pacati ma con estrema fermezza, ha elencato le cause del disagio dei dissidenti. A partire dal Jobs Act, che – ha detto esplicitamente – ha tradito tante battaglie in difesa dell’articolo 18 portate avanti in passato dalla sinistra, andando perfino oltre la delega che era stata approvata dalla direzione PD. Anche l’approvazione della Buona Scuola ha contribuito a creare una frattura, ma è stato soprattutto l’Italicum a trasformarsi in una pietra d’inciampo nel cammino comune del partito.

Causando contestazioni da parte della platea, Epifani ha ricordato che nella storia del Paese solo due leggi elettorali erano state approvate a colpi di fiducia: la legge Acerbo nel 1923 e la legge denominata “truffa” nel 1953. Inoltre, secondo il rappresentante della minoranza PD, era tutto l’impianto dell’Italicum a non reggere dal punto di vista logico, poiché rischiava di assegnare, attraverso il ballottaggio, il controllo del Parlamento a un partito che avesse riportato appena il 20 per cento dei consensi al primo turno.

La decisione di celebrare il congresso in primavera, prima delle elezioni amministrative, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, spingendo la minoranza a rompere gli indugi e rendere concreta la minaccia – tante volte evocata – della scissione.

Perché, come ha chiosato Guglielmo Epifani, occorreva “trovare un accordo comune tra i candidati”. “Renzi avrebbe dovuto convocare gli altri,” ha sottolineato, “e cercare una mediazione, non uno strappo, né ricorrere a un atto di forza”.

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