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Coronavirus, scoperta la molecola che può uccidere il virus

Una cura per il coronavirus potrebbe arrivare da Napoli dove è stata fatta un'importante scoperta su una molecola capace di uccidere il virus.

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Coronavirus cura, scoperta una molecola che può uccidere il virus

Una cura per il coronavirus arriva da Napoli: la scoperta, come già avvenuto in altre circostanze, è avvenuta grazie all’ausilio di altri farmaci già esistenti. Di cosa si tratta? La prof.ssa farmacologa della Vanvitelli, Annalisa Capuano, ha individuato nella molecola ‘gabesato mesilato‘ – già contenuta in un medicinale che serve a contrastare la pancreatite acuta – un alleato vincente per la cura al coronavirus.

Ad annunciare la notizia è la stessa Capuano che, insieme al collega Giorgio Recagni, ordinario a Milano e presidente della Società italiana di Farmacologia, ha scoperto gli effetti benefici di questa molecola. Il gabesato è una molecola che appartiene alla categoria delle serpine, cioè degli inibitori delle proteasi seriniche, che in ambito medico viene utilizzato nella forma di gabesato mesilato, nel trattamento della pancreatite, della coagulazione intravascolare disseminata, e come anticoagulante nell’emodialisi.

Coronavirus molecola: il gabesato mesilato

In Italia il farmaco è venduto dalla società farmaceutica Sanofi Aventis con il nome commerciale di Foy, nella forma farmaceutica di flaconcino per infusione endovenosa. Il farmaco è inoltre prodotto e commercializzato anche da altre società farmaceutiche come medicinale equivalente.

La molecola sembra dare una riduzione di mortalità in pazienti con pancreatite acuta moderata-grave. In Italia il farmaco è anche utilizzato per la prevenzione del danno pancreatico correlato alla esecuzione della colangiopancreatografia endoscopica retrograda. Il trattamento deve essere iniziato ad un dosaggio di 100-300 mg, pari a 1-3 flaconcini al giorno, che vengono somministrati attraverso un’infusione endovenosa lenta. Successivamente il dosaggio può essere ridotto in relazione alla risposta del paziente al trattamento.

È sempre bene diluire il farmaco in almeno 500 ml di soluzione Ringer lattato o glucosata al 5%.

Non mancano, però, gli effetti collaterali che possono comparire durante il trattamento con gabesato sono: flebite ed ulcere necrotiche nel sito di iniezione, dolore ed arrossamento locale. Il paziente può sviluppare una tendenza alla diminuzione della pressione arteriosa. Possono comparire sintomi gastrointestinali quali nausea e vomito, che talvolta sono associati ad un aumento delle transaminasi. Ma qual è la funzione della gabesato mesilato per la cura al coronavirus?

La cura contro il coronavirus

Come spiegato dalla prof.ssa Anna Capuano, in un’intervista concessa a La Repubblica, questa molecola consente di muoversi in più fasi: “La prima è caratterizzata dalla viremia, – ha dichiarato la Capuano – quando il virus inizia a replicarsi e che, però, può decorrere in maniera favorevole. La seconda arriva se l’organismo non ce la fa a contrastare la replicazione virale”. Nella ricerca è stato coinvolto il Cotugno, ospedale di Napoli, in attesa dell’autorizzazione da parte dell’Aifa, pronta la sperimentazione su 80 pazienti. L’intuizione è arrivata nel momento in cui si è iniziato a utilizzare, per la cura al coronavirus, l’eparina: “Questa causa delle emorragie. Perciò, abbiamo pensato di associare una molecola che non presenti lo stesso rischio, e il gabesato risponde a questa necessità e serve anche a contrastare le altre due fasi dell’infezione da coronavirus”.

Il gabesato, spiega la dott.ssa Capuano, rientra: “Nella categoria degli ‘inibitori delle proteasi feriniche’: sono enzimi presenti soprattutto sulla superficie delle cellule polmonari. Inibisce l’accesso del virus nelle cellule e pertanto contrasta la viremia. Poi, svolge un ruolo antinfiammatorio riducendo la produzione di citochine, in particolare TNF-alfa. Infine, ha un buon profilo di tollerabilità, ma va somministrato entro 48 ore dall’insorgenza dei sintomi. Il coronavirus – conclude la Capuano – si aggancia a questi ultimi attraverso lo spike-protein che gli consente di raggiungere la cellula bersaglio, legandosi al suo recettore. Invadendo l’organismo”.

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