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La malattia di Kawasaki: cos’è, sintomi e complicanze

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Esiste una correlazione tra la malattia Kawasaki ed il coronavirus? Un'esperta spiega di cosa si tratta e qual è il reale legame.

sindrome kawasaki new york

La malattia Kawasaki avrebbe uno stretto legame con la pandemia da coronavirus SARS-CoV-2. Colpisce soprattutto i bambini e la dottoressa Alessandra Marchesi ha spiegato qual è la reale correlazione con all’infezione arrivata dalla Cina.

Che cos’è la malattia Kawasaki

In alcuni ospedali di Londra e del Nord Italia, come il Papa Giovanni XIII a Bergamo, quest’ultima tra le città più colpite dal coronavirus, in diversi bambini è stata riscontrata la malattia Kawasaki. Si tratta di una sindrome infiammatoria che interessa i vasi sanguigni e colpisce i bambini al di sotto dei 5 anni d’età.

La Pediatric Care Society ha sottolineato che esiste, in effetti, tra i bambini risultati positivi un’alta quota di anticorpi per il virus rilevati dai test sierologici e che quindi potrebbe esserci una coincidenza tra l’infezione del patogeno emerso in Cina e la Kawasaki.


L’origine della malattia Kawasaki

La malattia Kawasaki è stata trattata per la prima volta dal pediatra giapponese Tomisaku Kawasaki (da qui il nome della malattia stessa). La dottoressa Alessandra Marchesi, medico dell’Unità Operativa di Pediatria Generale e Malattie Infettive del Dipartimento di Medicina Pediatrica IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e responsabile di alta specializzazione sulla Malattia di Kawasaki, ha spiegato qual è il legame che esiste tra il coronavirus e la malattia Kawasaki.

Al momento non possiamo dare nessun tipo di spiegazione causa-effetto tra COVID e Kawasaki – spiega la dottoressa-, perché non abbiamo i dati. Sappiamo che magari pazienti COVID positivi a Bergamo hanno sviluppato anche la Kawasaki e che c’è stato un aumento dell’incidenza, però bisognerà studiare meglio i meccanismi sottostanti. Noi che trattiamo questa malattia abbiamo ben presente che la Kawasaki ha un substrato sicuramente di genetica, perché sappiamo che ci sono casi familiari dimostrati qua da noi e ancora meglio in Giappone, ma sappiamo anche che c’è un trigger infettivo che la scatena.

Per cui se c’è un trigger infettivo della Kawasaki che poi è rappresentato dal coronavirus dobbiamo capire. Ho visto, però è tutto da dimostrare, sicuramente. Dove c’è una maggiore incidenza di coronavirus, di COVID, chiamiamolo in entrambi i modi, sicuramente questa osservazione è stata fatta. Però forse è necessario trovare una correlazione più forte della semplice osservazione. Va studiata e capita. Noi siamo inondati da mail e messaggi di persone che hanno già avuto la Kawasaki e che ci chiedono informazioni in merito al legame col cornavirus, ma al momento non sappiamo.

Poi magari l’anno prossimo rilasceremo delle dichiarazioni completamente differenti”.

I casi della malattia nel nord Italia

Al Nord i casi sono diversi i casi di pazienti che sono positivi al coronavirus e sono affetti da Kawasaki. Si tratta solo di alcune zone. “I colleghi del Nord Italia hanno visto un incremento dei pazienti affetti da Kawasaki, in particolar modo nelle zone di Bergamo. Già per la zona di Genova ci siamo confrontati con il dottor Ravelli, che è il presidente del gruppo di studi di reumatologia pediatrica della Società Italiana di Pediatria, e lui non ha visto un aumento così importante nel numero di casi di Kawasaki.

I casi della malattia nelle altre Regioni

Diversa la situazione nel resto d’Italia. L’incidenza della malattia è molto più bassa. A Roma, a differenza del nord Italia, come spiega l’esperta, non c’è stato un aumento dei casi, anzi si mantiene costante la coincidenza, a parte qualche caso isolato che ha necessitato di rianimazione, proprio com’è successo negli anni passati. “Qui da noi a Roma, nel nostro ospedale, – spiega l’esperta– non c’è stato un aumento del numero di casi. In realtà noi abbiamo in questo periodo un numero praticamente simile all’atteso degli anni precedenti, con casi di una gravità e complessità sovrapponibili ai casi precedenti. Abbiamo una bambina che è andata in rianimazione, ma anche in passato abbiamo avuto pazienti che sono andai in terapia intensiva. Quindi dal punto di vista epidemiologico la situazione di Roma è sicuramente non così importante non come quella di altre regioni d’Italia. Il gruppo però si è attivato per cercare di raccogliere e selezionare casi che possiamo tutti quanti noi osservare, soprattutto quelli più complicati, per cercare di dare una spiegazione a quella che definirei essere una impressione”.

La sindrome Kawasaki: caratteristiche

Stando alla spiegazione dell’esperta Alessandra Marchesi, la malattia Kawasaki è un’infiammazione di tutti i vasi dell’organismo, da qui il nome di “vasculite sistemica”. Colpisce i bambini, ma non solo. Si sono verificati casi anche tra pazienti più grandi, sia adolescenti che adulti. “Non ha purtroppo un marker specifico di diagnosi, per cui è una malattia che viene diagnosticata semplicemente sulla base di criteri clinici-diagnosticispiega Marchesi– , e sulla base di questi criteri si distinguono poi le forme di cui abbiamo già magari sentito parlare. Quelle complete che hanno 4-5 criteri, oppure le forme incomplete che ne hanno semplicemente 2 o 3. E poi le forme “strane”, cosiddette atipiche“.

I sintomi

La Kawaski si manifesta attraverso febbre, congiuntivite, senza la secrezione però, ealterazioni delle labbra, della bocca, quindi labbra spaccate (in gergo cheilite). Rash cutaneo, quindi arrossamento cutaneo, eruzioni cutanee, che però non sono caratteristiche; possono essere simili al morbillo, alla scarlattina, all’orticaria, quindi purtroppo è un rash polimorfo dal punto di vista della diagnosi. Poi c’è un’alterazione a carico dei linfonodi del collo, un ingrossamento in genere monolaterale e non bilaterale. Questo è abbastanza caratteristico. E poi c’è un’alterazione a carico delle mani e dei piedi, un arrossamento del palmo della mano e della pianta dei piedi, un edema duro, quindi un indurimento delle mani e dei piedi, e ci può essere anche un interessamento della zona perianale, diciamo del pannolino”.

Ad oggi, per questa malattia esiste una cura, composta da immunoglobine ed aspirina. In alcuni casi più gravi si usa una terapia da cortisone.

Quanto dura ed il tasso di letalità

La malattia dura una decina, massimo quindici giorni. In quasi tutto il mondo la malattia curata. Purtroppo, per la malattia esiste anche un rischio di mortalità. “C’è un rischio di morte nell’immediato che è principalmente nei primi 45 giorni, come descritto in letteratura– spiega la dottoressa-. Nei pazienti che sviluppano complicanze, cioè dilatazioni coronariche, è correlato ovviamente all’entità stessa della dilatazione, dunque può verificarsi anche successivamente”.

Incidenza con il coronavirus e la diffusione in Italia

Per quanto riguarda il rapporto con il coronavirus, l’esperta non esclude una correlazione. “Non lo escludiamo. Noi il trigger infettivo lo abbiamo presente e lo stiamo cercando da tanto tempo, per cui può anche essere che il coronavirus sia un possibile trigger. Ma una cosa fondamentale per noi è che c’è una disregolazione nella risposta immunitaria, perché non tutti i pazienti che sviluppano l’infezione sviluppano poi la Kawasaki. Vuol dire che qualcosa non va tra il mio sistema immuniatario e la risposta al virus stesso. Questa correlazione dobbiamo andarla a cercare“.

Ad oggi, l’incidenza della malattia in Italia è aumentata “ma molto probabilmente non è aumentata solamente l’incidenza, ma anche la capacità diagnostica su questa malattia. Molto spesso in passato si parlava di semplici virosi. Prima era considerata tra le malattie rare, e adesso con la revisione dei livelli di LEA è stata tolta da questo elenco”.

Vive a Castellammare di Stabia in provincia di Napoli. Ha una laurea in arti visive, musica e spettacolo, un master in giornalismo e comunicazione ed uno in organizzazione e promozione di Festival ed eventi musicali. Ha studiato canto e pianoforte, incidendo un album e partecipando a premi nazionali come il Premio Mia Martini. Appassionata di spettacolo, televisione e musica italiana, da anni segue il Festival di Sanremo nonché manifestazioni sul territorio concernenti le arti visive.


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Annalibera Di Martino

Vive a Castellammare di Stabia in provincia di Napoli. Ha una laurea in arti visive, musica e spettacolo, un master in giornalismo e comunicazione ed uno in organizzazione e promozione di Festival ed eventi musicali. Ha studiato canto e pianoforte, incidendo un album e partecipando a premi nazionali come il Premio Mia Martini. Appassionata di spettacolo, televisione e musica italiana, da anni segue il Festival di Sanremo nonché manifestazioni sul territorio concernenti le arti visive.

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