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Sindrome della capanna: cos’è e perché è legata al coronavirus

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Se non hai voglia di uscire e tornare alla vita di prima, potrebbe essere la sindrome della capanna. Cos'è e perché è normale durante il coronavirus?

Coronavirus, sindrome della capanna: cos'è e perché è normale
Coronavirus, sindrome della capanna: cos'è e perché è normale

Il coronavirus ha radicalmente cambiato le nostre abitudini e il modo di vedere il mondo esterno. Le nostre case sono diventate rifugi: luoghi dove ristabilire nuove routine, posto di lavoro per alcuni, nido per le famiglie e le coppie. Con l’inizio della Fase 2 e l’allentamento delle misure restrittive, però, è possibile non provare voglia di uscire di casa e tornare alla vita precedente.

Si tratta della sindrome della capanna (o del prigioniero) ed è perfettamente normale in questo contesto, come spiega un gruppo di psicologi spagnoli.

Sindrome della capanna: cos’è

L’allentamento del lockdown nella Fase 2 potrebbe essere vissuto come fonte di ansia per qualcuno, più che come una libertà riacquistata.

Molti non provano nessun desiderio di tornare alla vita di prima e di uscire da casa, nonostante la quarantena ci abbia privato di molte cose e persone che prima costellavano la nostra quotidianità.

Abbiamo atteso con trepidazione il ritorno alla normalità, ma adesso c’è chi si tira indietro, per paura del contagio ma non solo. Molti in questo periodo hanno creato una nuova routine all’interno della propria casa, si sono riappropriati degli spazi e del tempo per se stessi, coltivando hobby o passando più tempo con la propria famiglia.

Da queste scoperte nasce la sindrome della capanna. La scoperta della dimensione casalinga, la paura del virus e l’ansia di tornare a una routine che ci stressava, portano l’individuo a evitare il contatto esterno dopo un lungo periodo di isolamento, come quello sperimentato durante il coronavirus.

Sindrome della capanna: le parole della psicologa

Laura Guaglio, psicologa e psicoterapeuta specializzata in gestione e superamento di eventi traumatici ed emotivamente stressanti, ha spiegato a Vice che: “L’idea di sentirsi a disagio in una situazione che prima era percepita come la normalità può creare in noi un senso di inadeguatezza. Ci si domanda “Come mai prima riuscivo (a uscire) e adesso no?”. La differenza sostanziale è che adesso la persona è stata sottoposta a un evento stressante che, nel bene o nel male, ha modificato il suo modo di comportarsi, di vedere le cose. Probabilmente è una modifica temporanea, ma bisogna prenderne atto. […] La situazione che stiamo vivendo è talmente eccezionale e collettiva che il comprensibile timore, più o meno accentuato, di uscire di casa può essere una delle più comuni reazioni, anche da parte di quelle persone che potremmo definire ‘più equilibrate emotivamente”.

Nata in provincia di Monza, classe 1994, laureata in Editoria, Culture della Comunicazione e della Moda presso l'Università Statale di Milano. Precedentemente direttore di Vulcano Statale e collaboratore di Teatro.it. Adesso collabora con Notizie.it


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Sheila Khan

Nata in provincia di Monza, classe 1994, laureata in Editoria, Culture della Comunicazione e della Moda presso l'Università Statale di Milano. Precedentemente direttore di Vulcano Statale e collaboratore di Teatro.it. Adesso collabora con Notizie.it

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