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Coronavirus, molte cause di trasmissione sono ancora sottostimate

Alcune linee guida sulla diffusione e sulla diluizione del Covid nell'aria: come controllare e predire il contagio.

linee guida diffusione covid
Nonostante due mesi di quarantena è bene ribadire alcune linee guida

La recente semi apertura delle maglia “tutti a casa” rischia di generare un effetto boomerang. Dopo una serie di scelte a dir poco discutibili operata dagli organi di governo che potrebbe essere emblematicamente sintetizzata con l’uso dei droni in aperta campagna per tenere sotto controllo i trasgressori, si assiste ad un andirivieni di soggetti con le mascherine sottogola, con il naso scoperto, con la sigaretta in mano oltre ad automobili in movimento di qua e di là.

Il COVID-19 è ovunque e si muove con le polveri sottili, con boccate di fumo che lo tengono in aria per moti convettivi, con l’umidità, ecc. Fluttua nell’aria poiché è piccolissimo, è 100 volte più piccolo delle normali polveri sottili, resta negli ascensori, nei vani scale, nei sistemi di circolazione/climatizzazione/condizionamento nelle RSA. Perciò discutere di diffusione semplicemente per contagio tra soggetto e soggetto se la distanza è sotto il metro, di utilizzare l’adagio “tutti a casa” e “aspettiamo il vaccino” non è e non è stato un approccio realistico, piuttosto a tratti insensato.

Tuttavia, come vedremo oltre, vi sono ulteriori concause a determinare la trasmissione del virus, ad ora ancora troppo sottostimate, che invece vanno prese in grande considerazione.

Covid: alcune linee guida sulla diffusione

Questo Covid-19 è un Giano bifronte, altamente selettivo. Si va dagli asintomantici (più o meno consapevoli di essere il carrier del virus) ad una minoranza che subisce rapidamente uno shock settico, l’acidosi metabolica e la coagulazione intravascolare disseminata o alla sindrome da ARDS (acronimo inglese per sindrome da distress respiratorio acuto).

Una parte significativa di questi ultimi è morta. Da questo punto di vista, l’esempio italiano, ma non solo, è stato meno brillante come ci si sarebbe dovuto aspettare. Se utilizziamo una lente geografica per ingrandire determinate regioni del mondo e confrontiamo le regioni in termini di reazione al virus, si noteranno vistose differenze.

In alcune regioni la epidemia è esplosa, in altre è stata, in una certa misura, contenuta. Dovremmo considerare il Covid-19 un “grande esperimento” e cogliere l’opportunità di imparare qualche cosa di nuovo! Sì, del nostro organismo, del nostro ambiente, della direzione in cui si muovono le società, delle criticità di determinate strutture politico-economiche e delle relative strutture burocratiche; del come riorganizzare la ricerca per i necessari progressi farmacologici; del come instaurare una collaborazione planetaria per il bene comune.

Quello che purtroppo abbiamo imparato dall’esempio italiano, ma non solo di quello, è l’assenza di una della classe dirigente e dei consulenti circa la complessità del fenomeno. L’assenza di un processo decisionale “sapiente” in forza delle informazioni che erano già disponibili in fase pre-pandemica è stata, gioco forza, una delle cause del risultato catastrofico delle epidemie in alcune regioni del globo: in Italia, come a New-York o in Spagna ed ora in Gran Bretagna.

Anche la recente intervista di Guido Bertolaso nel salotto di Barbara Palombelli mi ha lasciato perplesso per la totale mancanza di riferimenti di quello che si sa già, ovvero del come prevenire e arginare la tempesta di citochine che, nei più deboli, completa il
quadro. Eppure ci sono esempi consolidati di buona sanità (San Matteo di Pavia, il Poma di Mantova, solo per citarne alcuni). Vi sono farmaci che possono prevenire, ci sono quelli che si possono e si devono usare nelle varie fasi di sviluppo della patologia senza dover aspettare le cataste di cadaveri in attesa del vaccino.

Qui si potrebbe aggiungere un lungo elenco di soggetti esperti che non si sono peritati di andare a fondo della questione ma hanno solo riempito i media, distorcendo il fenomeno, generando psicosi sociali. Le informazioni, a ben cercarle, erano note da tempo. Il primo caso accertato d’infezione da coronavirus in Cina risale al 17 novembre 2019, ma già l’8 dicembre il governo di Pechino aveva informato l’organizzazione mondiale della Sanità, mentre le caratteristiche anomale di questa infezione, rispetto ai già noti coronavirus, sono state annunciate il 27 dicembre e definite tra gennaio e i primi di febbraio 2020.

I cinesi avevano sequenziato il virus, ma anche gli europei. Il 2 febbraio 2020 l’Istituto Pasteur francese annunciava di aver sequenziato l’intero genoma, conosciuto anche “virus di Wuhan”. Anzitempo l’epidemia era stata dichiarata un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale (PHEIC) dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS; vedi la fig.1 in Novel Coronavirus (2019-nCoV) Situation Report-13, disponibile su internet.

Covid: l’esempio italiano

L’inadeguatezza della struttura sanitaria italiana, nonostante alcune eccellenze, perlopiù dovute singoli operatori sanitari, è stata dunque aggravata perciò da pregiudizi cognitivi cui sono seguite decisioni a dir poco sorprendenti:

a) distanziamento sociale pari a 1 m mentre, ad esempio, negli Stati Uniti si indica 1,8m;

b) dispositivi di protezione praticamente assenti;

c) confinamento: tutti a casa senza stimare la qualità degli edifici (vani scale, garage, cantine, ascensori, numero di alloggi, ecc.) con l’opzione di poter uscire di casa con cani, per fare la spesa.

È ancora sorprendente che in proposito gli orari dei supermercati siano stati contratti anziché estesi, per favorire il distanziamento, cui è seguita una sorta di “promozione” delle multinazionali che operano on-line a scapito dei dettaglianti cui è stata imposta la chiusura coatta con gravi complicazioni gestionali che si rifletteranno sull’occupazione. Insomma c’è da aspettarsi la miseria. Come si è anticipato il quadro su cui si è sviluppata la diffusione del virus è più complesso e investe la qualità dell’aria respirata nel suo insieme, dalle polveri sottili agli impianti di riscaldamento/climatizzazione centralizzati (leggi RSA dove si sono verificati i maggiori lutti), alla distanza tra soggetti e così via, tutti aspetti mai sviscerati.

Sul fronte delle mascherine, vale la pena di verificare il cronoprogramma governativo visitando il sito del Ministero della Salute che rimanda al sito dell’UNI ove la “nuova prassi sui metodi di prova e valutazione di conformità” in ottemperanza dell’art. 16 del Decreto “Cura Italia” inizierà il suo iter di tipo propositivo a Milano nel mese di maggio con la riunione insediativa del Tavolo tecnico costituito da esperti del Politecnico di Torino e del sistema UNI. Solo dopo si deciderà sul futuro delle mascherine, intanto il lock-down per evitare il default della nazione potrà essere mantenuto solo in parte.

Ci saranno abbastanza mascherine e guanti per far riaprire nel più breve tempo possibile le attività produttive, commerciali e del terziario? Il declino dell’Italia è già segnato? Sul sito dello SNO (Società italiana di neurologia ospedaliera) tramite l’editore di Rivista Medica potrete troverete una riflessione complessiva sviluppata in collaborazione con il collega Carlo Berzuini dell’Università di Manchester, Institute of Population Health, egli dispone di una imponente base di dati relativi ai pazienti COVD-19 dalla quale si sono potute trarre delle conclusioni per contrastare il COVID-19 atte a limitare i numero dei contagi, i decessi e la contrazione delle economie. Sul sopra citato sito seguiranno di volta in volta gli opportuni aggiornamenti.

Professore onorario, già Ordinario di Bioingegneria Industriale, Università di Udine. Direttore del Dipartimento di Bioingegneria presso il CISM di Udine.


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Luigi Rossi
12 Maggio 2020 21:36

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Paolo Pascolo

Professore onorario, già Ordinario di Bioingegneria Industriale, Università di Udine. Direttore del Dipartimento di Bioingegneria presso il CISM di Udine.

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