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Raffreddore può innescare risposta immunitaria al coronavirus: lo studio

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Il comune raffreddore potrebbe generare una risposta immunitaria al coronavirus: individuati linfociti T in grado di reagire al Covid-19.

raffreddore risposta immunitaria coronavirus
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Il comune raffreddore può innescare una risposta immunitaria al coronavirus: lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Science. Oltre alla protezione determinata dalle immunoglobuline, i ricercatori hanno individuato la presenza di un altro tipo di immunità, quella mediata dai linfociti T della memoria.

Questo particolare tipo di globuli bianchi è in grado di attuare i meccanismi di difesa contro microrganismi patogeni. Mentre in Italia preoccupano l’aumento dei contagi e dei focolai sparsi lungo la Penisola, proseguono gli studi per contrastare il virus causa della pandemia.

Raffreddore, risposta immunitaria al coronavirus

A differenza degli anticorpi, la cui presenza nell’organismo può diminuire in seguito a un’infezione, i linfociti T della memoria sono in grado di conservare per anni la reazione al patogeno. Sanno identificare e distruggere le cellule infette. Ma anche stimolare il sistema immunitario a sviluppare nuovi anticorpi.

Lo studio realizzato dal Center for Infectious Disease and Vaccine Research di La Jolla, in California, ha evidenziato la presenza di linfociti T capaci di rispondere in modo specifico al coronavirus anche in persone che non hanno mai contratto l’infezione.

La ricerca è stata condotta con i colleghi australiani della School of Medicine della Carolina del Nord e della Murdoch University di Perth.

Secondo gli studiosi la risposta di questi linfociti avviene perché hanno precedentemente imparato a identificare e distruggere le cellule infettate dai coronavirus causa del comune raffreddore. “Questo potrebbe aiutare a spiegare perché alcune persone mostrano sintomi di Covid-19 più lievi mentre altre si ammalano gravemente. A dirlo è Alessandro Sette, coautore del nuovo studio.

Tuttavia, Sette ha segnalato che la ricerca non permette di affermare con certezza se questa memoria preesistente influisca sugli esiti dei pazienti Covid-19.

Lo studio è stato realizzato attraverso l’analisi di campioni di sangue risalenti al periodo compreso tra marzo 2015 e marzo 2018, cioè su persone che sicuramente non hanno contratto il virus Sars-Cov-2. Potrebbe quindi essersi verificato il fenomeno della cross-reattività. Quest’ultimo si verifica quando i linfociti T sviluppati in risposta a un virus reagiscono con un patogeno simile, ma precedentemente sconosciuto.

In questo modo, il sistema immunitario è in grado di reagire in tempi più rapidi contro il nuovo patogeno. Diversi livelli di cross-reattività potrebbero tradursi “in differenti gradi di protezione”. Così ha spiegato Alessandro Sette . “Avere una forte risposta dei linfociti T o una migliore risposta di queste cellule può dare l’opportunità di sviluppare una risposta immunitaria molto più rapida e forte”, ha aggiunto.

Nata a Varese, classe 1996, è laureata in Comunicazione. Collabora con Notizie.it.


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Asia Angaroni

Nata a Varese, classe 1996, è laureata in Comunicazione. Collabora con Notizie.it.

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